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Un progetto per la prevenzione delle fobie scolari:un’applicazione della teoria dell’attaccamento

Summary

" The Prevention of Scholastic phobias project " is a longitudinal program, designed to promote healthy parent-child relationships. According with John Bowlby a " secure " pattern of attachment is considered a protective factor despite the development of anxious patterns of attachment. In this paper the phenomenolgy of behaviour in the avoidants children and the psychopathology of the " dismissing state of mind " in their parents are particularly discussed. Key words: attachment theory, patterns of attachment, the strange situation, the adult attachment interview, cognitive psychotherapy.

Riassunto

Grazie all'Assessorato ai servizi sociali del comune di Cagliari dal 1990 al 1993 si è attuato un lavoro di ricerca per gli asili nido comunali, denominato " Progetto per la prevenzione delle fobie scolari " . In tale lavoro sono stati esaminati 40 bambini di un anno di età ed i loro genitori che hanno aderito al programma, secondo le metodologie di valutazione del comportamento di attaccamento per i bambini e gli adulti. Si sono attuati degli interventi di consulenza e di psicoterapia per i genitori che ne hanno fatto richiesta prima dell'inserimento dei bambini nella scuola elementare. Il lavoro si è concluso con la rivalutazione del comportamento di attaccamento negli stessi bambini all'età di sei anni e di nuovo nei loro genitori.

Parole chiave: attaccamento, modelli dell'attaccamento, Strange Situation, Adult Attachment Interview, psicoterapia cognitiva.

I 5 MODELLI DELL'ATTACCAMENTO

Scarica Allegato: 2001.pdf

Sigmund Freud aveva ragione ! I primi anni di vita di un bambino, nell'interazione con le persone che lo accudiscono, sono fondamentali nell'orientare lo sviluppo della sua futura personalita'. Freud ha avuto tuttavia meno ragione nel compiere quel famoso voltafaccia, per cui ridimensiono' l'importanza che diede nelle sue prime formulazioni teoriche alle precoci esperienze di vita, giungendo così ad attribuire a delle fantasie inconscie non meglio identificate nella loro origine la eziopatogenesi delle problematiche della prima infanzia. La ricerca nel campo dello sviluppo infantile e' stata pertanto pesantemente influenzata da questo assunto del padre della psicoanalisi e la sofferenza dei bambini piccoli venne cosi' considerata come una fase necessaria del normale sviluppo psichico.
Ci sono voluti cinquant' anni di ricerche per individuare delle evidenze che permetessero di riabilitare la prima e ormai obsoleta intuizione di Sigmund Freud, riconducibile alla teoria del trauma. I recenti lavori nel campo delle applicazioni cliniche della teoria dell'Attaccamento (1,2,3,4) stanno sempre piu' confermando l'ipotesi di Bowlby che definisce alcuni modelli di organizzazione del comportamento di attaccamento come di tipo " ansioso " e pertanto li considera dei fattori di rischio per lo sviluppo successivo di eventuali problemi psicopatologici (5).

In Italia alcuni tra gli psicoanalisti quali Massimo Ammaniti (6) e Graziella Fava Viziello (7), si sono specificamente occupati della teoria dell'attaccamento, ed hanno concluso che un bambino piccolo che abbia strutturato un modello di attaccamento di tipo " disorganizzato/disorientato " o di tipo " D " con la figura principale che lo accudisce si trova in uno stato di rischio per lo sviluppo di problemi psicopatologici nelle età successive. Probabilmente confrontandosi con quei comportamenti altamente problematici dei bambini piccoli, che attualmente si considerano caratteristici del pattern di attaccamento di tipo " D ", ma che ai suoi tempi erano inspiegabili, Freud ha dovuto modificare il suo modello psicopatologico, che erigendosi minato da questa importante incomprensione della psicopatologia infantile e' rimasto in seguito vacillante.

Ai tempi di Sigmund Freud non esisteva il video-tape e neppure le tecniche di osservazione mutuate dall'etologia.
E' stato grazie a queste innovazioni introdotte nel campo della ricerca sullo sviluppo infantile dal lavoro di John Bowlby e dai coniugi Robertson, che la Ainsworth per prima (8), e in seguito la Main (9) e la Crittenden (10) hanno individuato nei bambini di 1 anno di eta', esaminati tramite la " Strange Situation ", cinque modelli di organizzazione del comportamento di attaccamento. Mary Salter Ainsworth negli anni sessanta ha individuato prima in Uganda (11,12) e poi negli U.S.A. a Baltimora (13) i tre principali modelli di organizzazione del comportamento di attaccamento: l'attaccamento " sicuro " o tipo " B "; l'attaccamento " ansioso-evitante " o tipo " A " e l'attaccamento " ansioso-resistente " o di tipo " C ".
Nel 1969 Ainsworth e Witting (14) hanno ideato la metodica " Strange Situation " e nel 1978 e' stato formalizzato da Ainsworth et AA. (8) il sistema per la valutazione del comportamento di attaccamento nei bambini di 1 anno di eta'. Fino all'inizio degli anni 80 si riteneva che il comportamento di attaccamento di tutti i bambini piccoli, sottoposti ad una Strange Situation, si manifestasse universalmente secondo uno di questi tre modelli comportamentali. La " strange situation " e' una metodica che permette di osservare il comportamento di attaccamento attivato ad alta intensita' nei bambini tra i 12 ed i 20 mesi di età, esposti a due brevi separazioni e ricongiungimenti con il genitore, in una situazione di laboratorio controllata. I bambini classificati con un comportamento di attaccamento di tipo " sicuro " manifestano disagio per l'allontanamento del genitore, lo salutano prontamente al suo ritorno ed in generale si calmano in uno o due minuti prima di poter riprendere il comportamento esploratorio. I bambini con un attaccamento di tipo " ansioso-evitante " manifestano scarso o nessun disagio per l'uscita del genitore dalla stanza, qualcuno può piangere soltanto quando si trova del tutto solo, ma al suo rientro lo ignorano, continuando a giocare apparentemente indisturbati. I bambini con un attaccamento di tipo " ansioso-resistente " risentono fortemente per la separazione e cercano il contatto con il genitore al suo ritorno, ma non riescono a tranquillizzarsi se non dopo molto tempo, manifestando un caratteristico e intenso comportamento di resistenza e ambivalenza nei confronti del genitore.

Secondo i criteri della teoria dell'attaccamento questi modelli comportamentali evidenziabili all'eta' di 1 anno tramite una " Strange Situation " riflettono la storia di interazione che il bambino ha avuto con quel genitore in casa e predicono importanti differenze nello sviluppo successivo della personalita'.

Nel 1981 Egeland & Sroufe (15) e Main & Weston (16) , nel 1982 Gaensbauer & Harmon (17), nel 1985 Crittenden (18), Spieker & Booth (19) e Radke-Yarrows et AA (20) riportarono difficolta' nel classificare alcuni bambini con il sistema della Ainsworth. Soprattutto venne evidenziata una notevole dissonanza tra la storia di interazione madre-bambino e la classificazione di un numero crescente di " Strange Situation ". Gli studi su campioni di famiglie maltrattanti compiuti da Alan Sroufe a Minneapolis evidenziarono come il 33% di bambini di madri certamente maltrattanti o trascuranti furono classificati " sicuri " tramite la strange situation. Poiche' il presupposto della teoria dell'attaccamento prevede che un attaccamento " sicuro " alla strange situation si manifesta soltanto in quelle diadi in cui vi sia stato un accudimento responsivo e attento da parte del genitore durante l'intero primo anno di vita, questi dati mettevano in discussione la validita' stessa del sistema di classificazione della Ainsworth.
Se dei bambini maltrattati o trascurati si comportavano durante una Strange Situation esattamente come i bambini considerati sicuri, allora il sistema di classificazione aveva dei seri limiti nel rappresentare la storia interattiva di un determinato bambino con il proprio genitore. Si inizio' pertanto a studiare piu' attentamente quei bambini maltrattati. Specialmente nei primi momenti del ricongiungimento con il genitore dopo una breve separazione furono individuati dei comportamenti che inizialmente furono definiti apatetici, letargici o depressivi. Patricia Crittenden studiando campioni di famiglie maltrattanti individuo' il pattern " A/C " (21). Questi bambini manifestavano durante la medesima strange situation caratteristici comportamenti di tipo " evitante " e di tipo " resistente ". La Main definì questa configurazione " Unclassified " o tipo " U " in quanto questi bambini non potevano essere classificati con nessuna delle categorie descritte dalla Ainsworth. La Crittenden evidenzio' come questo modello comportamentale era significativamente piu' presente nei bambini maltrattati. Si individuarono molti altri comportamenti di tipo " ansioso " che non potevano essere classificati secondo il sistema " A/C " della Crittenden e tantomeno con il sistema A,B,C della Ainsworth. Il pattern " A/C " venne considerato tipico delle madri sofferenti di gravi sindromi depressive. Erik Hesse riprendendo il suggerimento di Mary Main propone come quinto pattern di organizzazione del comportamento di attaccamento nel primo anno di vita la categoria " can't classified " o tipo " CC " (22). Sroufe e Egeland avevano iniziato a descrivere il quarto modello dell'attaccamento, il pattern " D " (15). Questi autori evidenziarono che i bambini che non potevano essere classificati secondo il sistema A,B,C di Ainsworth provenivano sia da famiglie ad alto rischio che a basso rischio. Molti di questi bambini nonostante presentino un comportamento di attaccamento di tipo apparentemente " sicuro ", manifestano dei tratti comportamentali anche minimi per cui li si deve classificare " non sicuri " e pertanto " ansiosi ". Si rese cosi' necessario rivedere il sistema classificativo di Ainsworth. Main e Solomon (9) riesaminarono tutti quei casi che non potevano essere classificati secondo il sistema della Ainsworth, arrivando cosi' ad individuare e descrivere il pattern di tipo " Disorganizzato/Disorientato " o di tipo " D ". Per una rassegna della letteratura ed una descrizione dei differenti patterns dell'attaccamento si puo' consultare, Main M.(23) Cassidy J. & Shaver P.R.(24), Tombolini L.(25),. Mereu G. (26) John Bowlby dedica gran parte del secondo volume della sua trilogia sull'attaccamento (5) per sottolineare l'importanza che le reali esperienze vissute dai bambini piccoli all'interno della loro famiglia assumono per poter comprendere le sofferenze che essi manifestano fin dai primi anni di vita. John Bowlby " ... mette in dubbio che gli stati mentali sia di angoscia cronica che di persistente sfiducia siano caratteristici degli stadi dello sviluppo normali e sani. Sostiene invece che la causa principale di tali deviazioni e' che al comportamento di attaccamento di un individuo durante l'infanzia e' stato risposto in modo inadeguato, con il risultato che per tutto il seguito della vita egli basa le sue previsioni circa le sue figure di attaccamento sulla premessa che esse non saranno facilmente disponibili".(27). Questa affermazione suscita immediatamente forti resistenze e sentimenti di colpa in tutti quei genitori che hanno dei problemi anche minimi con i loro bambini. Secondo John Bowlby " ... la tendenza prevalente della psicoanalisi e della psichiatria e' quella di dare credito alla versione di un genitore e a mettere in dubbio quella del figlio. I sostenitori dell'antipsichiatria ritengono invece che il paziente sia sano e abbia ragione e che il genitore abbia torto e sia malato (...) la posizione qui adottata e' che pur ritenendo che i genitori svolgano un ruolo principale nel provocare nel figlio un aumento della suscettibilita' alla paura , il loro comportamento non e' visto in termini di condanna morale, ma come determinato dalle esperienze che essi stessi hanno avuto da piccoli. Una volta raggiunta questa prospettiva, un dato comportamento parentale che abbia per i figli le piu' serie conseguenze puo' essere inteso e trattato senza censura morale. Questa impostazione lascia adito alla speranza di rompere la catena della trasmissione del disturbo da una generazione all'altra " (28). E' evidente che alcuni bambini nascono svantaggiati per problemi di tipo biologico che spesso hanno delle dirette ripercussioni sullo sviluppo stesso del cervello e del comportamento. A maggior ragione questi bambini hanno bisogno di crescere in un ambiente ottimale per poter sviluppare al meglio quelle ridotte potenzialita' di cui sono comunque dotati. La teoria dell'attaccamento fornisce dei validi suggerimenti anche in tal senso.

L'EVOLUZIONE DELLA TEORIA DELL'ATTACCAMENTO

La ricerca piu' recente basata sul paradigma etologico-evoluzionista, prendendo lo spunto dal lavoro di John Bowlby, ha individuato la compresenza di almeno 5 sistemi motivazionali principali di tipo ereditario. Cosi' John Bowlby suggerisce nel 1969 " ... con i concetti qui proposti e con i metodi di osservazione e sperimentali proposti dalla psicologia comparata e' oggi possibile intraprendere un ampio programma di ricerca sulle risposte sociali dell'uomo, dal periodo preverbale dell'infanzia in avanti. Si potra' cosi' catalogare il repertorio dei sistemi comportamentali che mediano il comportamento istintivo dell'uomo e identificare la modalita' di sviluppo di ognuno. " (29) Sia Lichtemberg (30), che Emde (31) e Stern (32) in campo psicoanalitico che Gilbert (33), Liotti (34) e Safran (35) nell'area cognitivista e John Byng-Hall (36) tra i terapisti della famiglia hanno raccolto questo suggerimento e sviluppato le loro ricerche, descrivendo i principali sistemi comportamentali di tipo ereditario o innato : il sistema dell'attaccamento nel bambino; il sistema dell'accudimento nei genitori; il sistema agonista-competitivo; il sistema che regola il comportamento sessuale ed il sistema di cooperazione paritetica. Questi Autori sottolineano la parita' di importanza che questi sistemi, definiti " motivazionali " invece che " comportamentali ", assumono per lo sviluppo della personalita'. In questo lavoro, in accordo con John Bowlby, si vuole invece riconoscere un ruolo sovraordinato al sistema motivazionale dell'attaccamento rispetto allo sviluppo successivo della personalita'. La teoria dell'attaccamento descritta da John Bowlby non si occupa semplicemente di descrivere il sistema comportamentale o motivazionale dell'attaccamento. La trilogia di John Bowlby ha costituito e costituisce tuttora un un nuovo schema di riferimento concettuale basato sulla epistemologia etologico-evoluzionista ancora capace di contenere ed organizzare quei maggiori approfondimenti che hanno portato ad individuare e descrivere i differenti sistemi motivazionali citati. Questi lavori successivi non implicano il dover rinunciare allo schema generale di riferimento che la teoria dell'attaccamento rappresenta nel suo insieme e che solo recentemente inizia ad essere applicato nella clinica. Gli stessi lavori di Lichtemberg e Gilbert sono sostanzialmente organizzati secondo i presupposti etologici-evoluzionistici descritti da John Bowlby. Un lavoro di Emde che e' pubblicato nel volume curato da Crugnola (31), nonostante sia un mero riassunto dell'opera di Bowlby, si caratterizza per la presenza di un importante lapsus, forse voluto, cioe' la dimenticanza di citare John Bowlby tra gli Autori che hanno ispirato il suo lavoro. Il pattern di attaccamento strutturato durante il primo anno di vita con la figura di attaccamento principale comportera' un notevole orientamento per lo sviluppo dei modelli comportamentali correlati agli altri sistemi motivazionali che fisiologicamente si manifesteranno in epoche successive dello sviluppo.
Quello che emerge con forza, ma che non viene sufficientemente sostenuto, e' che accettare la teoria dell'attaccamento come modello psicopatologico implica considerare come comportamento fisiologico o sano il pattern di attaccamento di tipo " sicuro ". Secondo John Bowlby non e' normale, non e' sano, che un bambino piccolo manifesti ansia o angoscia cronica. Accettare un modello di sviluppo che prevede fasi schizoparanoidee e/o depressive o fusionali nei primi mesi di vita non aiuta ad evidenziare ed eventualmente cercare di modificare certe modalita' di accudimento e di esistenza dei genitori e certi comportamenti dei loro bambini che invece la teoria dell'attaccamento considera di tipo " ansioso ". John Bowlby prende le distanze anche dal modello di " separazione/individuazione " proposto dalla Mahler " ...Secondo il pensiero della Mahler, si tende ad ipotizzare che solo quando il bambino acquisisce la capacita' di sopportare brevi separazioni in modo equilibrato, ad esempio quando sta in un gruppo di bambini che giocano, possiamo corretamente ritenere che egli abbia sviluppato la capacita' di evocare la rappresentazione mentale della madre assente ( Mahler 1966). Cio' sembrerebbe implicare che il bambino, non appena e' in grado di evocare una rappresentazione mentale della madre, puo' anche sopportare brevi separazioni mantenendo il suo equilibrio. Io pero' non conosco alcun dato che provi che questi due passi evolutivi avvengano contemporaneamente. Al contrario, tutto sta a dimostrare che la capacita' di evocare un modello rappresentazionale si sviluppa indipendentemente dalla capacita' di sopportare separazioni del tipo proposto e che abitualmente precede queste ultime di un anno o due. In effetti, nel caso di sviluppo patologico tale periodo puo' allungarsi indefinitamente. Cio' significa che la capacita' di evocare un modello rappresentazionale ( come condizione affinche' un bambino, che ha ormai quasi tre anni, riesca a sopportare senza gravi alterazioni dell'umore dei periodi di separazione ) e' necessaria, ma non sufficiente. E questo e' messo ben in evidenza anche da McDevitt (1975). Perche' tale condizione sia anche sufficiente occorre pure che la situazione esterna del momento sia ben familiare al bambino e che questi sia sano e non sottoposto a stress, e, ancora, che il modello della madre assente, rievocato dal bambino, la rappresenti come prontamente accessibile e ben disposta verso di lui. Tutti i dati disponibili mostrano che tale sviluppo dipende non solo dalla maturazione di determinate capacita' cognitive, ma anche dalla forma assunta nel bambino dal modello della madre, il che a sua volta dipende in sommo grado dal modo in cui la madre si è comportata col bambino. Pertanto lo sviluppo di un attaccamento sicuro non e' da considerarsi soltanto come uno stadio della maturazione, ma come un passaggio lungo alcuni dei numerosi percorsi evolutivi che all'inizio il bambino ha aperti davanti a se'(37).
Per evidenziare la differenza tra il modello di sviluppo da lui proposto ed il modello psicoanalatico John Bowlby ha adoperato la metafora del treno. Secondo John Bowlby il modello di sviluppo della psicoanalisi può essere paragonato al percorso di un treno che partendo dalla stazione centrale costituita dalla nascita prosegue lungo un unico binario e attraversa successivamente le varie tappe o stazioni dello sviluppo. Questo percorso sarebbe il medesimo per tutte le persone. Il treno può fermarsi più a lungo in certe stazioni che in altre e nel tempo può regredire ritornando verso le stazioni precedenti.
Secondo la teoria dell'attaccamento dalla stazione centrale della nascita possono partire almeno cinque treni differenti ciascuno sul proprio binario orientato verso direzioni diverse. Ciascun differente pattern di attaccamento prosegue il suo percorso lungo un binario differente.
John Bowlby prosegue sostenendo che:"....Un bambino che sviluppa una coazione all'autosufficienza puo' anche presentare la capacita' di sopportare delle separazioni brevi senza apparenti alterazioni del suo equilibrio. Ma naturalmente il modello rappresentazionale della madre che avra' sviluppato in tal caso sara' assai differente. Le differenze tra queste varie formulazioni hanno certamente una notevole importanza quando si tratta di costruire delle teorie, ma non hanno necessariamente pari importanza quando si tratta di curare i pazienti. E' per esempio interessante il fatto che i principi terapeutici sostenuti dalla Flemming (1975) e da essa ricavati dallo schema evolutivo proposto dalla Mahler siano estremamente prossimi a quelli che io, per parte mia, ho derivato dalla teoria dell'attaccamento ".(37) Una lettura sintetica del lavoro di John Bowlby è senz'altro la sua ultima pubblicazione su una rivista scientifica.( 38)

APPLICAZIONI DELLA TEORIA DELL'ATTACCAMENTO IN ITALIA

I primi studi riguardanti la distribuzione dei differenti modelli comportamentali dell'attaccamento su tre campioni di popolazione italiana segnalano una maggiore diffusione dei modelli di tipo ansioso rispetto al modello di tipo sicuro. I campioni esaminati e di cui sono personalmente a conoscenza sono tuttavia troppo esigui per poter trarre delle conclusioni generali, ma si prestano comunque ad alcune considerazioni. Il campione italiano presentato da Massimo Ammaniti (6), di cui io stesso ho effettuato le diagnosi delle " Strange Situations " ottenendo in cieco con Mary Main e Erik Hesse una concordanza dello 87,5% (39), evidenzia su un totale di 48 bambini esaminati tramite la Strange Situation insieme alle loro madri, 18 bambini con un attaccamento di tipo sicuro (37,5 %) e 30 bambini con modelli di attaccamento di tipo ansioso (62,5 %). Di questi ultimi 17 presentavano un attaccamento ansioso-evitante (35,4 %), 13 un attaccamento disorganizzato-disorientato (27,08 %), nessun caso ansioso-resistente. Mary Main prescrive che per poter formulare una diagnosi di attaccamento di tipo " disorganizzato/disorientato " si deve sempre specificare la categoria principale dell'attaccamento a cui tale caso più si avvicina (9). La maggior parte dei bambini disorganizzati sono generalmente classificabili secondo i parametri dei modelli di attaccamento di tipo sicuro, ansioso-evitante e ansioso-resistente, rispettivamente " B ", " A ", e " C " descritti da Mary Salter Ainsworth (8). Ridistribuendo tra le tre principali categorie dell'attaccamento le sottodiagnosi dei 13 casi " D " si ottengono 24 " B " (50 %); 23 " A " (47,9%) e 1 " C " (2,8%). In questo articolo Ammaniti si sforza per minimizzare l'importantanza di questi dati, soprattutto riguardo al considerare il comportamento di attaccamento di tipo sicuro come " non ansioso " e pertanto " piu' sano " rispetto agli altri patterns o percorsi di sviluppo. Nonostante Ammaniti sia d'accordo nel considerare il comportamento di attaccamento di tipo " disorganizzato " come un fattore di rischio, cosi' conclude " ... Questi dati pongono dei dubbi sulla originaria suddivisione della Ainsworth rispetto alla caratterizzazione del pattern B come unico modello sicuro che permette al bambino di crescere sviluppando una piena fiducia in se stesso e nella disponibilita' dell'altro. Differenti modalita' interattive possono quindi essere adottate senza andare necessariamente a scapito della fiducia e della sicurezza che il bambino trae dalla relazione. (...) siamo dell'avviso che siano attivi meccanismi di difesa sollecitati dalla specificita' sociale e culturale di queste madri e non debbano essere considerate situazioni a rischio nelle qualil'evitamento ha meno un carattere difensivo ed assume piuttosto il valore di un'organizzazione relazionale (6).
Anche Graziella Fava-Viziello (7) analizzando un campione di bambini di 1 anno di eta' perviene a conclusioni analoghe a quelle di Ammaniti, minimizzando il ruolo dei patterns di attaccamento di tipo ansioso evitante e ansioso resistente come fattori di rischio. Come Ammaniti la Fava-Viziello considera un fattore di rischio il pattern di attaccamento di tipo " disorganizzato-disorientato " o di tipo " D ". Le perplessita' della Fava-Viziello rispetto alla validita' dei lavori sull'attaccamento citati in questo lavoro si colgono meglio nella prefazione al discutibile manuale della Crittenden sulla " Adult Attachment Interview " pubblicato soltanto in Italia.. Appare perlomeno singolare che uno psicoanalista aderisca almeno apparentemente con maggiore entusiasmo ad un approccio comportamentista come quello della Crittenden piuttosto che a quegli studi che hanno cercato di mantenere lo stesso rigore scientifico che ha caratterizzato il lavoro di John Bowlby e Mary Ainsworth " ... il sogno di ogni sperimentalista - così commenta la Fava Viziello - di potersi accostare ai misteri della psiche umana al riparo dal coinvolgimento affettivo, cosi' come il sogno di ogni clinico di poter predire il futuro, avrebbe potuto realizzarsi. Forzando all'estremo la stessa visione utopistica, qualche amministratore di aziende sanitarie particolarmente illuminato avrebbe potuto addirittura praticando l'AAI sulle popolazioni delle proprie aree, realizzare interventi preventivi su basi solidamente misurabili. Tornando alla realta', ai clinici (...) restava qualche dubbio su che cosa fosse questo attaccamento che si poteva misurare nel bambino come comportamento, e nell'adulto come forma del discorso. "(40). La Fava-Viziello ripropone velatamente la questione della differenza tra il bambino clinico e del bambino osservato discussa anche da Crugnola (31). Tale questione si fonda sull'erroneo assunto da parte degli psicoanalisti, che gli analisti dell'attaccamento si possano considerare come dei prosecutori del lavoro iniziato da Wilhelm Wundt, che ingenuamente cercava di neutralizzare il contributo dell'osservatore nella descrizione dell'osservato. In quanto codificatore di " strange situation ", avendo ottenuto su un campione di 100 casi una concordanza dello 87,5 % con Mary Main, voglio sottolineare che questo mio risultato è stato possibile grazie alla applicazione coerente dei principi generali della teoria dell'attaccamento descritti da John Bowlby. Sono d'accordo con la Crugnola che non esiste una osservazione priva di teoria. Non è possibile per uno psicoanalista, o per qualsiasi altro osservatore, compiere una corretta valutazione di una " strange situation " senza aver compreso ed accettato il paradigma dell'attaccamento.
Un terzo lavoro impostato sulle stesse metodologie di indagine di cui parlerò con maggiori dovizie di particolari in seguito, è stato condotto dal sottoscritto per gli asili nido dell'Assessorato ai Servizi Sociali del comune di Cagliari. Dal 1990 al 1993 ho esaminato un campione di 40 diadi genitore\bambino. Tali bambini sono stati reclutati telefonando ai genitori che avevano iscritto i loro bambini negli asili-nido del comune. Di questi 21 hanno manifestato un attaccamento di tipo sicuro (52,4 %), 2 un attaccamento di tipo ansioso-evitante (5%), 15 un comportamento di attaccamento disorganizzato-disorientato (37,5%), nessun bambino ha manifestato un comportamento di attaccamento di tipo ansioso-resistente, 2 hanno evidenziato un comportamento di attaccamento di tipo " non classificabile " o di tipo " C-C ", (5%). Ridistribuendo nelle tre principali categorie dell'attaccamento i 15 casi disorganizzati si ottengono 30 bambini sicuri (75%), 8 bambini evitanti (20%), 2 bambini " non classificabili " (5%).
L'esiguità del numero dei bambini esaminati in Italia in questi tre lavori non è tale da poter trarre delle conclusioni statistiche sulla distribuzione generale dei differenti patterns dell'attaccamento. La mia opinione nell'aver accolto le richieste di aiuto da parte di genitori di cui si è potuto valutare il pattern di attaccamento, è che, perlomeno nel campione da me stesso esaminato, i genitori caratterizzati da un pattern di tipo sicuro sono quelli che hanno maggiore fiducia e facilità nel richiedere un aiuto per le varie problematiche, anche semplici, che emergono nell'accudire un bambino piccolo. L'alto numero di bambini disorganizzati d'altra parte è comprensibile in quanto la presenza di un pattern di attaccamento di tal tipo si manifesta con comportamenti decisamente preoccupanti per i genitori. A mio avviso sono sottostimati come incidenza in due patterns ansiosi evitante e resistente. I genitori dei bambini evitanti , coerentemente con la loro personalità caratterizzata da un atteggiamento di " autocompulsione obbligata ", difficilmente chiedono aiuto, se non dopo che il bambino ha raggiunto e superato i tre anni di età e iniziano ad emergere delle aree conflittuali nella loro relazione. I genitori dei bambini ansiosi-resistenti sono caratterizzati da una notevole ansia sociale, e non accettano volentieri di esporsi ad un test che in qualche modo li valuta nelle loro capacità genitoriali.

I PATTERNS DI ATTACCAMENTO DI TIPO ANSIOSO COME FATTORI DI RISCHIO:

Dal pattern di attaccamento ansioso-evitante alla sindrome depressiva

Nel dibattito culturale attuale vi sono notevoli resistenze soprattutto in Italia nel considerare i patterns di attaccamento " ansioso " come dei fattori di rischio. Questa opposizione e' comprensibile da parte degli psicoanalisti, in quanto per accettarla dovrebbero forse rinunciare al proprio modello psicopatologico. Ma non solo, a mio avviso questa riluttanza trova il suo humus anche nella cultura " dismissing " che sembra caratterizzare gli italiani in generale proprio in virtu' dell'alta incidenza del pattern di tipo " evitante ". Adottando il concetto statistico di " norma ", la normalita' della popolazione sarebbe pertanto caratterizzata dalla condivisione di modelli comportamentali di attaccamento di tipo ansioso. In Italia come in Germania (41) il pattern di attaccamento di tipo " ansioso-evitante " sembra essere il modello comportamentale piu' diffuso tra i modelli di tipo " ansioso ". Ammaniti sottolinea giustamente che se si e' selezionato filogeneticamente questo " pattern " ha senz'altro una convenienza in termini di sopravivenza. Pur in accordo con questo assunto generale del neo-evoluzionismo, non posso tuttavia non sollevare alcune obbiezioni alla conclusione cui egli perviene nello stesso articolo, e cioe' che in termini di salute mentale il modello di attaccamnto di tipo " sicuro " e quello di tipo " ansioso evitante " siano equivalenti. E' vero che una persona caratterizzata da un comportamento di attaccamento di tipo evitante puo' vivere una vita intera senza mai giungere a consultare uno psichiatra. Tale persona risultera' pertanto ben adattata in certe situazioni e apparentemente piu' forte di molte altre. Da sempre si riconosce alle personalita' melanconiche una maggiore capacita' intellettiva. Secondo la Crittenden (40) nelle personalita' " evitanti " viene favorito lo sviluppo delle capacita' cognitive a discapito delle capacita' affettive. Una persona " evitante " fondera' la propria autostima sulla autosufficienza e fara' di tutto per risolvere da sola i propri problemi. Secondo i criteri della teoria dell'attaccamento, proprio in questa autosufficienza obbligata che di per se costituisce la forza di queste persone, e' implicita la presenza di un fattore di rischio. La conoscenza della fenomenologia del comportamento che le persone caratterizzate da un pattern di attaccamento di tipo " evitante " manifestano sia nell'infanzia che in età adulta, atteggiamento definito dalla Main " dismissing of attachment "(42), nonche' la personale esperienza clinica in psicoterapia, che dal 1989 si avvale di questi strumenti di valutazione (43),mi consente di criticare le conclusioni cui perviene Ammaniti.
Il comportamento di attaccamento di tipo "ansioso- evitante" si caratterizza nei bambini di un anno di eta' esaminati durante una " strange situation ", per il fatto che dopo una breve separazione dalla figura di attaccamento, al momento del ricongiungimento con il genitore, il bambino attua uno " spostamento " dei comportamenti di ricerca del contatto e in favore di un comportamento di tipo esplorativo. Si veda in merito Mereu G. (44). Ainsworth commenta che questa apparente tranquillita' e' stata sinora erroneamente considerata come un segno di sicurezza e autonomia persino dagli psicologi e dai neuropsichiatri infantili (8). Liotti descrive come un bambino evitante sviluppa dei peculiari modelli operativi del se e degli altri."... Il bambino con attaccamento evitante (pattern A) si e' trovato nel corso del primo anno di vita, a interagire con un genitore che svalutava (dismissing) il significato delle sue richieste di cura, e che tendeva di conseguenza a rispondere poco o nulla a esse. Ha dunque costruito un insieme di aspettative di rifiuto rispetto alle proprie esigenze di attaccamento, e ha imparato a reprimere tali esigenze. Non le ha certo, tuttavia, soppresse, vista la base innata del sistema di attaccamento, come e' indicato dall'attivita' emozionale latente che e' possibile evidenziare durante una " Strange Situation ": si ricordi la notevole attivazione neurovegetativa che accompagna il comportamento indifferente, apparentemente tranquillo, dei bambini evitanti di fronte alle separazioni. Possiamo ipotizzare che i modelli operativi interni del bambino evitante convoglino dunque una rappresentazione di se come indegno dell'attenzione protettiva dell'altro, e una simultanea rappresentazione dell'altro ( madre oppure padre ) come rifiutante e lontano. Questa rappresentazione guida il comportamento di relazione, motivato dall'attaccamento, per una parte significativa delle interazioni nei primi anni di vita. Possiamo ritenere che essa, con le sue caratteristiche di scarsa amabilita'-affidabilita' di se e degli altri, si ponga al centro della costruzione, in via di sviluppo, della conoscenza di se e della conoscenza interpersonale, venendo a costituire una sorta di malinconico nucleo fondamentale dell'organizzazione cognitiva in formazione." (45). Anche Bowlby, nel capitolo 14 del terzo volume della trilogia, nel 1980, delinea il rischio dell'insorgenza di disturbi di tipo depressivo nelle personalita caratterizzate da un pattern di attaccamento di tipo evitante. In questo capitolo dedicato alla tristezza, depressione e disturbi depressivi dopo aver delineato la compatibilita' delle sue idee con quelle di Seligman e di Beck, John Bowlby traccia un percorso per cui anche nelle depressioni maggiori il tema centrale della sofferenza e' da ricondurre alla sensazione che queste persone hanno di sentirsi incapaci di mantenere dei rapporti affettivi validi. Bowlby attribuisce questo particolare aspetto della personalita' alle esperienze avute nell'infanzia in seno alla famiglia d'origine. Commenta che in genere lo stato d'animo del depresso grave e' descritto o spiegato in termini di perdita dell'autostima. Per Bowlby questo concetto e' insufficiente a chiarire che alla base della bassa valutazione di se stessi vi sono uno o piu' giudizi decisamente negativi su di se, come quello di non essere capace di cambiare in meglio una situazione e/o quello di essere responsabile e/o quello di essere intrinsecamente non amabile e pertanto incapace di stabilire o mantenere un rapporto affettivo. Alla fine di questo importante capitolo sulla depressione Bowlby discute il ruolo dei fattori neuroendocrini sulla depressione. "... e' ormai accertata l'esistenza di una relazione tra livelli anormali di determinate sostanze neuro-endocrine e neurotrasmettitori e stati e disturbi affettivi. Una scuola di pensiero ha fatto la semplice assunzione che la sequenza causale vada sempre in un'unica direzione, cioe' dalle modificazioni nei processi neurofisiologici alle modificazioni nell'affettivita' e nei processi cognitivi. Tale sequenza causale puo' tuttavia seguire la direzione opposta. La ricerca mostra come gli stati cognitivi e affettivi di angoscia e depressione indotti negli adulti da eventi come la separazione e la perdita, possono accompagnarsi a modificazioni significative dei livelli di certe sostanze neuroendocrine. Tali modificazioni sono simili a quelle rilevate negli adulti che soffrono di depressione. Modificazioni analoghe possono verificarsi anche in bambini sottoposti a separazioni e perdita. McKinney (1977) riferisce che macachi di 4 mesi separati dalle madri per 6 giorni, manifestavano importanti alterazioni delle amine sia nel sistema nervoso centrale che nel periferico. L'entita' ed il tipo di reazione neurofisiologica a eventi psicologici differisce da individuo ad individuo. A tali differenze vanno addebitate nel grado di vulnerabilita' a tali eventi nei singoli individui. Alcune di tali differenze hanno origine genetica, pero' e' possibile che una fonte alternativa di differenziazione puo' consistere nelle differenze delle esperienze vissute durante l'infanzia".(46). Recenti lavori in neuroendocrinologia segnalano che la depressione della eta' avanzata si associa ad una aumentata attivita' dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (47). Tale aumentata attivita' si associa a sua volta con una incrementata esposizione del cervello a piu' elevati livelli di glucocorticoidi, che studi recenti hanno associato ad un deficit cognitivo e indicano la possibilita' di un effetto neurotossico subliminare del cortisolo in soggetti affetti da depressione tardiva (48). Si veda in proposito il lavoro di Torta R. e Borio R. (49). Viene spontaneo associare questi dati con quelli che segnalano nei bambini di un anno di eta' classificati alla " Strange Situation " come " ansioso-evitanti " , " ansioso-resistenti " e " disorganizzati-disorientati " un caratteristico aumento del cortisolo. Spangler & Grossman (50) hanno evidenziato sia nei bambini " ansioso-evitanti " che nei bambini " disorganizzati-disorientati " un aumento del cortisolo 15, 30 minuti dopo la strange situation. Hertsgaard et AA (51) hanno valutato il cortisolo nella saliva di un gruppo di 38 bambini, subito dopo la procedura della " Strange Situation ". Questi ricercatori non hanno trovato differenze nella concentrazione del cortisolo tra 6 bambini classificati di tipo " A/C " e cioe' il pattern di attaccamento che la Crittenden considera " psicopatico " e 17 bambini classificati sicuri, cioe' di tipo " B ". Hanno evidenziato invece un aumento del cortisolo negli 11 bambini classificati di tipo " disorganizzato/disorientato ". Nachmias et AA.(52) hanno esaminato un gruppo di 77 bambini di 18 mesi, confrontando il comportamento di attaccamento, l'inibizione del comportamento di fronte a stimoli ambientali nuovi ed le modificazioni del cortisolo nella saliva in risposta a tali stimoli. Una elevazione del cortisolo fu' individuata soltanto in quei bambini considerati " inibiti " tra quelli che manifestavano un comportamento di attaccamento di tipo " ansioso ". Il lavoro di Nachmias et AA. si inserisce nel dibattito ancora in corso sulla questione se i comportamenti dei differenti patterns di attaccamento siano spiegabili o meno in termini di differenze nel temperamento. L'ipotesi biologica di Kagan (53) sostiene che le differenze nel comportamento di attaccamento alla " Strange Situation " riflettono differenze nel temperamento. Per Kagan il pattern " C " segnala un'alta inibizione ed il pattern " A " una bassa inibizione. Alcuni lavori quali quelli di Calkins & Fox (54) sostengono l'ipotesi di Kagan, altri la negano, considerando i concetti di attaccamento e di temperamento non sovrapponibili: Sroufe (55), Isabella & Belsky (56), Ainsworth et AA (8). Nachmias e colleghi concludono che un temperamento di tipo inibito in bambini con un pattern di attaccamento di tipo ansioso costituisce un fattore di rischio nel favorire la predisposizione a produrre cortisolo in situazioni che elicitano il comportamento di inibizione. Questi stessi AA. considerano tuttavia il comportamento di " inibizione " come un comportamento adattativo, nel senso che inibendo l'esposizione agli stimoli spaventosi, in tal modo il bambino regola e riduce la possibilita' di provare stress e quindi di aumentare la produzione del cortisolo. L'ipotesi della teoria traumatica sta sempre più trovando conferme nei più recenti lavori di ricerca. (57). In ultima analisi anche nel caso di un temperamento inibito, un concomitante pattern di attaccamento di tipo sicuro costituisce un fattore di protezione, mentre i patterns di attaccamento di tipo ansioso possono esacerbare la propensione a produrre cortisolo, per lo meno nel pattern " C ". La conoscenza dello " stato mentale " che negli adulti caratterizza i genitori dei bambini " evitanti " definito " dismissing of attachment " consente di formulare un'ipotesi di sviluppo per la fenomenologia di quelle sindromi depressive dell'adulto che sembrano insorgere dal nulla e che pertanto giustificano una interpretazione meramente biochimica. Gli adulti " dismissing " sviluppano delle caratteristiche " difese dell'io " per salvaguardare la coerenza della propria organizzazione della conoscenza. Nel linguaggio della teoria dell'attaccamento il concetto di difesa dell'io può essere esteso al concetto di modello operativo interno (58). Applicando i concetti teorici esposti sinora si può formulare una ipotesi sullo sviluppo degli stati depressivi. Le persone cresciute in un clima " dismissing of attachment " fin dal primo anno di vita imparano a " spostare " la propria attenzione sugli oggetti neutri e sull'ambiente per contenere e non manifestare quegli stati emotivi e comportamentali biologicamente correlati all'attivazione del loro sistema dell'attaccamento. Questo uso del termine " spostamento " e' adoperato dalla Ainsworth (8), nel senso inteso in etologia e non in psicoanalisi. Ho sostenuto con Liotti che fin dai primi anni di vita, con l'emergere del linguaggio, un bambino evitante avra' la tendenza ad attribuire ad una propria intrinseca " non amabilita' " il motivo per cui non si sente appagato nelle sue esigenze di accudimento. A volte reagira' con rabbia a questi stati di frustrazione, comportandosi cosi' in un modo deplorevole, tale da autoconfermare la propria negligenza, che di solito verra' prontamente sottolineata anche dal genitore. Secondo Jude Cassidy (59) le madri dei bambini evitanti si sentono a proprio agio quando i loro bambini manifestano esuberanza e competenza durante il gioco e soprattutto autonomia durante le separazioni. Viceversa tendono ad essere rifiutanti per le richieste di conforto e rassicurazione esibite dai loro bambini. Animati da quei convincimenti che John Bowlby in accordo con Seligman (60) definisce " autosufficienza compulsiva " i genitori dei bambini evitanti, sono definiti da Mary Main " dismissing of attachment " (42) e cioe' " svalutanti le tematiche dell'attaccamento ". Di solito queste persone sono state allevate secondo principi analoghi dai propri genitori, oppure hanno vissuto nell'infanzia esperienze di perdita dei propri genitori o comunque di deprivazione affettiva, trascuratezza o esplicito rifiuto. Questi adulti ormai genitori ritengono che al mondo non esista nessuno disposto ad aiutarli e che la vita sia dura. Si comportano pertanto coerentemente con questa visione del mondo ed in tal modo la trasmettono ai propri bambini fin dai primi giorni di vita, sperando che i propri figli diventino autosuficienti il piu' presto possibile. Cercano pertanto di risolvere da soli i vari problemi della vita, sviluppando la convinzione che il mondo sia regolato da leggi prevedibili, e che loro le debbano individuare in modo da potersi comportare nel modo giusto. Se qualsiasi cosa va male pensano di aver sbagliato e biasimano se stessi per non aver previsto l'errore. La caratteristica fondamentale dello stato mentale di un adulto "svalutante le tematiche dell'attaccamento" è la mancanza di ricordi negativi dell'infanzia, associata alla idealizzazione delle figure genitoriali. Queste persone non ricordano alcun episodio negativo della propria infanzia, più spesso descrivono i rapporti affettivi infantili con i loro genitori in termini superlativi.Quando insorge un episodio depressivo in genere per un fattore scatenante banale, questi individui non hanno alcuna possibilità di ricondurre tale estrema sofferenza a qualche episodio del passato. In tali evenienze una spiegazione riduzionisticamente biologica appare la più plausibile sia al malato che al medico. In quanto modelli operativi interni tali modelli comportamentali racchiudono la potenzialita' di sviluppare quei valori che nell'adulto gli psicologi cognitivisti definiscono " convinzioni ". Una valutazione in parallelo tra la " Adult Attachment Interview " (61) ed il sistema A,B,C della terapia razionale emotiva di Ellis (62) consente di individuare facilmente i sistemi di convinzioni piu' frequentemente associati ai differenti patterns di attaccamento dell'adulto. Adoperando in modo congiunto queste due metodiche, non si vuole aderire al paradigma cosiddetto " razionalista " del cognitivismo, ma si vuole sostenere in accordo con una epistemologia costruttivista, che un individuo che è cresciuto in un determinato clima affettivo familiare durante i suoi primi anni di vita, costruirà degli schemi emotivi, comportamentali e cognitivi, che in seguito, dalla adolescenza in poi o anche prima, si dimostreranno inadeguati e ansiogeni rispetto ad un mutato contesto relazionale intra ed extra familiare. Pertanto gli schemi affettivi, definiti " modelli operativi interni ", costruiti nell'interazione con le figure di attaccamento durante i primi anni di vita, sono considerati in quest'ottica come delle rappresentazioni costruite sulle reali esperienze vissute da un bambino con il suo genitore. Con la crescita la personalità andrà organizzandosi con modalità peculiari per ciascun pattern di attaccamento. Nell'interazione interpersonale tra un genitore ed il suo figlio, si strutturano delle modalità di relazione, che diventano funzionali al mantenimento della individuale coerenza interna, che nel caso dei patterns di tipo " ansioso " tenderà a rimanere di tipo " ansioso ". Una emozione generalmente problematica per i genitori dei bambini evitanti e' la rabbia che provano verso i loro bambini, quando questi non si comportano subito come essi vorrebbero. I bambini evitanti in genere non creano grossi problemi e di solito sono ubbidienti, ma non sempre. Secondo gli studi di osservazione a domicilio compiuti dal gruppo della Ainsworth sia i bambini ansiosi-evitanti che quelli ansiosi resistenti sono piuttosto problematici e molto simili tra loro (8). E' facile che questi bambini individuino qualche ambito particolarmente caro al genitore dove ingaggiare contese estenuanti e manifestare il proprio dissenso. La Ainsworth sostiene che le madri dei bambini evitanti manifestano spesso sentimenti di rabbia (8). Presto il genitore " dismissing " si rendera' conto di essere piu' paziente con gli estranei che con il proprio bambino. Come al solito giungera' a conclusioni negative su se stesso, dicendosi " di non essere un buon genitore, che nessuno gli vorra' mai bene, neppure il proprio bambino ". La relazione andra' presto organizzandosi secondo principi simili autoconfermando in entrambi la propria intrinseca negativita'. E' facile osservare le interazioni che caratterizzano una diade " evitante " anche durante una " Strange Situation ". Soprattutto nei momenti di ricongiungimento il genitore che si confronta a volte per la prima volta consapevolmente, con il comportamento di evitamento manifestato dal proprio bambino, di cui sino a quel momento era quasi del tutto inconsapevole. Una delle frasi che piu' spesso un genitore " dismissing " pronuncia nel notare che il figlio ignora il suo rientro nel laboratorio dopo una brevissima separazione e' qualcosa di simile : " ... non la saluti la mamma ? non gli vuoi bene alla mamma ? " quasi meravigliandosi di un comportamento del suo bambino,che aveva sinora quotidianamente sperimentato, ma dal quale si era sempre difesa distogliendo anch'essa l'attenzione. Una madre " disorganizzata\evitante " notando che la figlia interagiva più con " l'estranea " che con lei durante una " strange situation " fù colta da forti sentimenti di gelosia verso l'estranea, sostenendo che la figlia non si era mai comportata in tal modo. E' mia opinine che la personalità di tipo "dismissing" possa essere determinante nell'innescare meccanismi relazionali di tipo simmetrico nelle coppie di adulti in cui entrambi i partners sono caratterizzati da questo stato mentale dell'attaccamento. Entrambi autocompulsivi questi individui hanno sviluppato la convinzione che al mondo ci sia un modo giusto di comportarsi, che vale per tutti, e che chi sbaglia debba essere punito o redarguito. Pur animati dal medesimo convincimento di cui sono di solito inconsapevoli, lotteranno con tutte le loro forze per sostenere il proprio punto di vista su varie questioni che caratterizzano il menage coniugale, innescando nel tempo delle inarrestabili escalation. Gli individui caratterizzati da uno stato mentale di tipo sicuro a differenza dei"dismissing", pur non rinunciando tentativo di individuare il proprio punto di vista per risolvere certi problemi nel modo giusto, sono molto più inclini a mediare e spesso a rinunciare al proprio punto di vista pur di non alterare un clima di serenità nelle relazioni interpersonali.

Dal pattern di attaccamento di tipo ansioso-resistente verso la nevrosi fobica-ossessiva

Anche nel caso del pattern di attaccamento di tipo " ansioso-resistente " la rabbia e' una emozione vissuta in modo problematico, ma differente rispetto al pattern evitante. In queste diadi la rabbia caratterizza piu' il vissuto dei figli verso i propri genitori.Un certo risentimento li tiene " invischiati " nella relazione fino all'eta' adulta e spesso per tutta la vita. Secondo Cassidy e Berlin (63) le madri dei bambini con un attaccamento di tipo " ansioso resistente " sono poco capaci di calmare i propri bambini quando questi piangono.Come risultato di questa particolare interazione i bambini " C " hanno bisogno di piu' tempo e maggiori attenzioni per calmarsi dopo che sono stressati. Viceversa quando il bambino e' tranquillo ed inizia ad esplorare l'ambiente, questi genitori che vedono il mondo pericoloso attirano su se stessi l'attenzione del bambino. Secondo Mary Main i genitori dei bambini " C " hanno bisogno di mantenere il sistema comportamentale dell'attaccamento attivato ad una certa intensita'. Liotti (64) sostiene che in tali casi si puo' sviluppare nel bambino un modello operativo interno del se " duplice ": per un verso " amabile e degno di attenzione e simultaneamente come indegno di ricevere cure nei momenti di bisogno ". Delinea la possibilita' che un attaccamento di tipo ansioso-resistente favorisca lo sviluppo di una personalita' di tipo " fobico " nell'eta' adulta, ipotesi delineata da Bowlby nel 1969 (65).

Dal pattern di attaccamento di tipo disorganizzato-disorientato verso i disturbi di personalità

Ancora piu' marcata e' la perdita di coerenza interna nel percorso di` sviluppo che si delinea nei bambini con un attaccamento di tipo " disorganizzato/disorientato ". Cosi' come descrivono Main e Solomon (9) cio' che accomuna questi bambini sono dei differenti comportamenti considerati strani o bizzarri o conflittuali in presenza del genitore. Questi comportamenti furono classificati secondo i parametri adoperati dagli etologi per descrivere i comportamenti conflittuali degli animali, descritti da Hinde nel 1970 (66). Il tema piu' comune tra i comportamenti osservati fu quello della " disorganizzazione ", cioe' l'evidenza di una contraddizione in quel che si ritiene una intenzione o un piano. Anche il termine " disorientato " fu' utile per descrivere certi comportamenti che se non evidentemente disorganizzati indicavano nondimeno una mancanza di orientamento nell'ambiente. Non fu' possibile individuare un elenco esaustivo dei comportamenti " Disorganizzati ", ma furono individuate sette modalita' principali di disorganizzazione del comportamento di attaccamento osservabili durante una strange situation in un bambino di 1 anno di eta':
1) manifestazione sequenziale di pattern contradittori: ad esempio un bambino si avvicina al genitore con le braccia sollevate, piangendo forte per essere preso in braccio, ma all'improvviso cambia direzione e si sdraia sul pavimento o con la faccia contro il muro rimane immobile a lungo con una espressione triste.
2) manifestazione contemporanea di pattern contradittori: il bambino si avvicina al genitore nel momento del ricongiungimento, percorrendo un percorso obliquo che lo allontana dal genitore oppure con la testa girata dall'altra parte.
3) movimenti non diretti, mal diretti o incompleti: il bambino si avvicina al genitore fino alla porta, ma poi va oltre uscendo dalla stanza o spingendo lontano il genitore.
4) stereotipie, movimenti asimetrici, movimenti asincroni e posizioni anomale. Il bambino cammina in modo asimmetrico. Ha espressioni del viso asimmetriche. Ha stereotipie con le mani nel modo in cui si tocca i capelli o i vestiti. Oppure rimane prono, con il viso sul pavimento ecc.
5) movimenti rallentati e congelati per piu' di 30 secondi soprattutto nei momenti del ricongiungimento con il genitore.
6) indici diretti di paura rispetto al genitore: il bambino indietreggia spaventato non appena il genitore rientra.
7) indici diretti di disorganizzazione e disorientamento: non appena il genitore rientra il bambino si avvicina all'estraneo con le braccia sollevate. Questi sono solo alcuni dei comportamenti descritti da Main e Solomon (9). La manifestazione di questi comportamenti sufficiente per porre la diagnosi " D " puo' essere molto breve e durare anche solo pochi secondi. La diagnosi " D " va sempre accompagnata da una sottodiagnosi del tipo A,B, o C a cui il bambino esaminato e' piu' simile. Sono stati individuati numerosi bambini che nonostante sembrassero fondalmentalmente " sicuri " manifestavano tratti comportamentali di tipo " D " anche per pochi secondi nei momenti del ricongiungimento con il genitore. Su tale evidenza si e' diagnosticato uno stato " D ". Gli studi di Carlson et AA. del 1989 (67) e di Lyons-Ruth del 1991 (68) hanno evidenziato che i comportamenti di tipo " D " durante una strange situation indicano una esperienza traumatica che coinvolge il genitore. Hesse e Main (69) riferiscono che un pattern di attaccamento di tipo " Disorganizzato/Disorientato " si evidenzia nello 80% dei bambini di famiglie maltrattanti. Nei campioni di popolazione a basso rischio, questa incidenza si abbassa sino al 15 %. Nelle popolazioni a basso rischio il comportamento infantile di tipo " D " e' stato ripetutamente associato con la mancata risoluzione di esperienze traumatiche nei genitori. I traumi non risolti in genitori non maltrattanti sono pertanto considerati come un fattore di rischio per lo sviluppo di problematiche di tipo ansioso nei loro bambini. Cosi' come il comportamento dei genitori maltrattanti spaventa i bambini, allo stesso modo un comportamento spaventato che si origina nel genitore da una fonte interna, in seguito alla non risoluzione di precedenti esperienze traumatiche, puo' mettere i figli in una situazione paradossale e di per se disorganizzante. Il sistema comportamentale dell'attaccamento svolge la funzione di favorire la sopravivenza tramite il mantenimento della vicinanza con la figura di attaccamento . Questo sistema non puo' svilupparsi adeguatamente quando la figura di attaccamento diviene di per se una fonte di paura. Si crea in tal modo una situazione paradossale di approccio/evitamento scatenata da un genitore spaventato/spaventante. Questa situazione mette in crisi il normale funzionamento del sistema e diventano evidenti i comportamenti disorganizzati/disorientati. Un bambino che interagisce con una figura di attaccamento che sporadicamente e' spaventata, non sara' in grado di identificare la fonte di tale paura del genitore. Questo bambino potrebbe pensare di essere egli stesso la fonte della paura nel genitore e sviluppare una idea di se come cattivo e pericoloso che è alla base dello sviluppo di stati d'ansia e fobie. Un genitore che stia ancora reagendo con emozioni penose correlate ad un trauma non risolto, puo' sporadicamente sembrare spaventato mentre sta accudendo il proprio bambino, in risposta a pensieri, eventi, o oggetti dell'ambiente che possono essere associati con le esperienze traumatiche non risolte. Il lutto non risolto per una persona significativa e' l'evento che piu' spesso si puo' evidenziare tramite una A.A.I. nel genitore in associazione con il pattern " D " nel suo bambino. Una madre che perde un proprio genitore o un'altra persona cara durante la gravidanza o nell'anno precedente andrebbe considerata in una situazione a rischio per lo sviluppo di un attaccamento di tipo " D " con il suo bambino. Su l'inserto " Salute " del quotidiano " Republica " (70) è citato un lavoro compiuto in Danimarca da cui risulta che sun un campione di 3.500 donne in gravidanza, che hanno subito un lutto in gravidanza durante il primo trimestre, è stata riscontrata una incidenza doppia di malformazioni a carico del tubo neurale dell'embrione, con esiti in malformazioni varie alla nascita quali il labbro leporino, la palatoschisi, difetti cardiaci. Tali ricercatori hanno attribuito la patogenesi di queste malformazioni all'eccesso di cortisolo prodotto dalla madre in condizioni di stress.Una lettura utile per comprendere ed attenuare le complicazioni del lutto è il bellissimo libro di Colin Murray Parkes (71). E' stato evidenziato che un lutto non risolto nella prima infanzia di un individuo puo' essere correlato con attaccamento di tipo D nei figli di questa stessa persona, anche a distanza di molti anni dal lutto. In una madre di un bambino gravemente disorganizzato, il lutto non risolto, evidenziato tramite la AAI, risaliva alla morte del padre avvenuta quando lei aveva quattro anni. Questa donna da bambina aveva assistito alla morte del padre, avvenuta per emorragia gastrica. Del fatto ha sempre conservato un vivido ricordo " episodico ", cioè come una fotografia che compariva per un'attimo, in cui rivedeva il padre coricato nel letto con le lenzuola e vari asciugamani intrisi di sangue ed un secchio pieno di sangue ai piedi del letto. Questa donna da sempre ha sopportatato questa immagine in segreto e mai ne' parlo' con nessuno prima di metterla a fuoco con la AAI che le fu' somministrata dopo oltre 20 anni dalla morte del padre, quando il suo bambino aveva 1 anno di eta'. (72). Durante la terapia iniziata soltanto in seguito, questa donna, ha ricordato che tra i suoi 4 e 6 anni, prima che avesse l'eta' per andare a scuola, molti giorni restava sola a casa per ore ed era terrorizzata da questa ed altre immagini del padre morente o morto. In tali momenti si rannicchiava in un angolo nascosto ed era incapace di muoversi, aspettando che tornasse qualcuno. Emozioni e fantasie simili si ripresentarono in lei con forte intensita', dopo essersi sposata, quando il bambino aveva tre mesi di eta', in occasione di un viaggio del marito della durata di alcuni mesi per motivi di lavoro. In certi momenti il comportamento del genitore puo' diventare spaventante per il bambino. Questo fatto pone il bambino in una situazione conflittuale. Lo studio delle interazioni intime ha permesso di evidenziare che i genitori dei bambini " D " di famiglie a basso rischio, cioe' non maltrattanti, ogni tanto si discostano dal loro bambino come se fossero spaventati per qualcosa, assumendo una espressione del viso assente e sovrapensiero, quasi fossero in uno stato di trance. Non necessariamente in tali momenti hanno dei pensieri tristi di cui sono consapevoli. Spesso è la semplice attivazione del loro sistema di attaccamento nell'accudire il proprio bambino che comporta degli stati emotivi di disagio. Questi genitori non sono maltrattanti, ed il piu' delle volte sono sensibili e responsivi verso i loro bambini. Quando un genitore reagisce con paura ai propri ricordi traumatici o ad oggetti dell'ambiente associati ad una persona cara per la quale non si sia risolto il lutto, rivive emozioni penose. I traumi non risolti rimangono a lungo immodificati nella memoria di un individuo, spesso fuori dal pensiero conscio, ma quando emergono mettono tale persona in uno stato simile alla trance ipnotica. In quei momenti oltre ai ricordi traumatici un individuo rivive di solito le stesse emozioni penose vissute all'epoca del trauma. Cito ad esempio un commento di un'altra madre, esaminata all'interno dello stesso progetto, in cui si evidenzio' un lutto non risolto per il suicidio del fratello. Esaminando il proprio vissuto durante l'interazione con il suo bambino riferi': " ... mentre sto giocando tranquilla con mio figlio, all'improvviso mi vengono pensieri terribili del tipo che lui morira' di qualche brutta malattia, o ripenso a mio fratello morto. In quei momenti mio figlio mi fa pena. Poi penso che lui si accorge di questi miei stati e mi sento colpevole e mi deprimo anche perche' mi accorgo che in quei momenti distolgo lo sguardo da lui " (43). Un bambino piccolo che si trovi ad interagire con un genitore sofferente di una simile sintomatologia non sara' in grado di identificare la fonte della paura del suo genitore e potra' pertanto nel tempo sviluppare una serie di ipotesi, di modelli operativi interni, riguardanti il SE e la sua figura di attaccamento. E' plausibile che un bambino di qualche mese di eta' reagira' con comportamenti di tipo disorganizzato. Tali comportamenti si accompagnano con sentimenti di frustrazione, paura e rabbia. Solo in certe diadi caratterizzate da un comportamento di attaccamento di tipo sicuro, dopo i momenti di disorganizzazione possono seguire comportamenti di accudimento da parte del genitore e appagamento del disagio del bambino. Piu' problematiche e piu' frequenti sono tuttavia le situazioni in cui un comportamento di tipo " disorganizzato " si innesta in una personalita' maggiormente a rischio, quali sono le altre forme di attaccamento ansioso. Il sistema comportamentale dell'attaccamento e' altamente sensibile a tutte le situazioni di pericolo ed e' intimamente correlato ai sentimenti di paura. E' pertanto attivato da qualsiasi situazione spaventante. Il mantenimento della vicinanza con la figura di attaccamento e' la modalita' principale per il mantenimento della sopravivenza. Questo sistema non potra' funzionare normalmente quando la figura di attaccamento diviene la fonte della paura. Main (73) suggerisce che ciascuno dei tre patterns dell'attaccamento, descritti dalla Ainsworth, tipi A,B e C, si possa considerare " organizzato ". Gli individui tipo " A " o evitanti mantengono tale organizzazione minimizzando il comportamento di attaccamento, mentre i " C " lo massimizzano, rimanendo costantemente preoccupati rispetto alla propria figura di attaccamento. Tale " organizzazione " viene meno quando la fonte della paura diviene la stessa figura di attaccamento. Tale condizione e' troppo allarmante e mette in confusione le modalita' di organizzazione del comportamento di attaccamento del bambino. In tale caso la strategia di distogliere l'attenzione tipica dei bambini A viene meno e cosi' pure quella dei C che normalmente si concentrano enormemente sulla propria figura di attaccamento. Quando il bambino e' spaventato si attiva in lui il comportamento di ricerca del contatto con la figura di attaccamento. Nella situazione in cui la paura viene dalla stessa figura di attaccamento questo pone il bambino in un paradosso irrisolvibile, per cui non puo' avvicinarsi ( strategia del B e del C ) ne' puo' ignorarla ( strategia A ). In tali condizioni sono attivate contemporaneamente due esigenze incompatibili. In tali condizioni si puo' manifestare un crollo dei comportamenti attentivi. Main suggerisce che questo collasso delle capacita' attentive e' quello che si puo' osservare durante una strange situation nei bambini disorganizzati/disorientati. Il pattern D e' considerato piu' a rischio degli altri patterns per lo sviluppo di una psicopatologia nell'eta' successiva (1). Wartner et AA (74) con uno studio longitudinale sullo sviluppo dei patterns di attaccamento da 1 a 6 anni, sulla base di differenti valutazioni compiute all'eta' di 6 anni, quali i disegni della famiglia e il Separation Anxiety test, hanno evidenziato che anche i bambini disorganizzati/sicuri debbano essere considerati ansiosi. Nella mia esperienza maturata all'interno del progetto per la prevenzione delle fobie scolari, in due bambini che furono classificati " sicuri " all'eta' di un anno alla " Strange Situation ", si e' manifestata una sintomatologia di balbuzie all'eta' di quattro anni, in concomitanza con l'evento di un lutto nelle madri. La discussione e l'elaborazione del lutto con le madri oltre alla discussione delle caratteristiche di personalità del genitore secondo un approccio cognitivista si e' accompagnata ad una remissione di tale sintomatologia nei bambini. Liotti (45) in accordo con Main e Hesse sostiene che Il bambino con un attaccamento disorganizzato-disorientato " tipo D " si e' trovato nel corso del suo primo anno di vita, ad interagire con un genitore turbato dal continuo e frammentario emergere alla coscienza di dolorose e spesso terrorizzanti, memorie relative a lutti e traumi( la frammentarieta' e compulsivita' nella rievocazione di un lutto o di un trauma e' uno dei principali contrassegni della sua mancata elaborazione ). Cio' conduce il genitore ad assumere atteggiamenti ed espressioni di dolore, paura, o talora improvvisa e immotivata collera, mentre risponde alle esigenze di attaccamento del bambino. Tali emozioni espresse dal genitore non possono che spaventare il bambino, tanto piu' che un piccolo di pochi mesi non puo' in alcun modo comprendere il loro motivo e la loro origine (motivo e origine, fra l'altro, di cui il genitore " unresolved " e' spesso a sua volta inconsapevole o solo semiconsapevole: altra caratteristica della mancata elaborazione cognitiva-affettiva di lutti e traumi ). In accordo con Hesse e Main, Liotti descrive come si crei cosi' una particolare condizione di circolarita' paradossale nell'attivazione del sistema di attaccamento del bambino: la paura lo spinge a cercare la vicinanza del genitore (regola innata del sistema di attaccamento ), mentre e' il genitore stesso che lo spaventa. Liotti sostiene che tale situazione possa eccedere le capacita' del bambino di mantenere l'attenzione vigile e lo stato di coscienza normale, portandolo a quel peculiare disorientamento dei bambini che manifestano un comportamento di attaccamento di tipo " D " all'eta' di 1 anno, che per Liotti richiama gli stati alterati di coscienza tipici dello stato di trance e degli stati oniroidi che si manifestano negli adulti che soffrono di sindromi dissociative della coscienza. Liotti ipotizza che in tale situazione un bambino con un attaccamento di tipo " D ", facilmente puo' strutturare modelli operativi interni di attaccamento frammentari, multipli e incoerenti." (...) Di fronte ad un genitore spaventatato e/o che incute paura, il bambino puo' costruire anzitutto una rappresentazione dell'altro come mostruoso o malvagio e di se come vittima impotente. Simultaneamente costruira' una rappresentazione opposta del genitore, visto come benevolo e fonte di sicurezza e simultaneamente attribuira' al proprio se la responsabilita' delle sue sofferenze, descrivendosi come mostruoso e malvagio. Il suo genitore assume certe paurose espressioni del volto quando lui gli si avviccina e il bambino non puo' sapere che nel momento dell'avviccinamento si ravvivano nel genitore dei ricordi di un trauma pregresso o di un lutto non risolto. Dal momento poi che durante l'interazione le espressioni di dolore scompaiono dal volto del genitore, il bambino puo' costruire una ulteriore contradditoria idea di se stesso, come consolatore di un genitore dolente e/o sentendosi anche lui spaventato costruisca un'idea di se e del suo genitore come vittime di un oscuro, invisibile pericolo esterno. Secondo Liotti i bambini con un attaccamento di tipo " D " costruiscono dei modelli rappresentativi di se e della figura di attaccamento di tipo multiplo, per cui ruotano senza fine fra i tre ruoli della vittima, del salvatore e del mostruoso persecutore."(75). Nel caso in cui un bambino nasce da un genitore sofferente inconsapevole di un lutto " non risolto ", lo stato " disorganizzato/disorientato " diventerà un nucleo organizzatore primario della personalità in formazione di quel bambino fin dalla nascita o ancor prima durante la gestazione. Le fantasie delle donne in gravidanza, sofferenti per un lutto " non risolto ", sono estramente penose.

IL COMPORTAMENTO DI ATTACCAMENTO DI TIPO ANSIOSO EVITANTE

Questo atteggiamento mentale cosi' diffuso nelle persone comporta delle notevoli ripercussioni sul modo di educare i propri e gli altrui figli. Esiste inoltre la possibilita' che vi sia una sorta di deriva epigenetica per cui il pattern di attaccamento di tipo " ansioso-resistente " e forse anche quello di tipo " disorganizzato " evolvano nel tempo verso il modello " evitante " o piu' precisamente verso uno stato mentale adulto di tipo " svalutante l'attaccamento " ( dismissing of attachment ). Questa considerazione evoca le fasi di protesta, disperazione e distacco che caratterizzano il comportamento dei bambini ospedalizzati e lasciati in uno stato di carenza di cure materne, descritte da Bowlby e Robertson (83). La Crittenden (10) ipotizza invece una deriva opposta, e cioe' che dal pattern " A " si evolva verso il pattern " C ". Effettivamente nel corso della terapia con un adulto " svalutante l'attaccamento " nelle prime fasi di presa di coscienza e di analisi delle relazioni di attaccamento con i propri genitori, emerge uno stato di risentimento e di rabbia molto simile e forse sovraponibile al risentimento che caratterizza la rabbia delle personalita' definite " invischiate " secondo i parametri della Adult Attachment Interview. A mio avviso quest'attivazione della rabbia fa parte del neccessario processo di riorganizzazione verso uno stato mentale di consapevolezza e comprensione caratterizzato da una maggiore stabilita' emotiva tipica del pattern di tipo " sicuro ". La guida all'autosservazione impedisce il ricorso alle abituali strategie difensive quali il distogliere l'attenzione e da i pensieri con contenuti spiacevoli che possono emergere alla coscienza. L'organizzazione del pensiero nelle personalità considerate " svalutanti il comportamento di attaccamento " si sviluppa coerentemente con il comportamento di " evitamento " caratteristico delle personalità evitanti già all'età di un anno di vita. Il blocco dei ricordi spiacevoli che è paragonabile al comportamento di spostamento dell'attenzione verso stimoli neutri tipico dei bambini di un anno di età, favorisce e collude con lo sviluppo di un memoria " semantica " di tipo idealizzato per le figure di attaccamento. Tale organizzazione della conoscenza individuale si costruisce intorno ad una idea del Se, intesa come rappresentazione del modello operativo interno, di tipo negativo e pertanto " non amabile ". Questa intima convinzione, spesso inconscia, rende conto di quei sentimenti di frustrazione e sofferenza che secondo questa teoria dovrebbero accompagnare il comportamento di attaccamento dei bambini " evitanti ".Una modalità evolutiva che spesso si sviluppa a partire da tali vissuti può diventare l'impegno a compiacere gli altri, soprattutto le persone significative o per lo meno il cercare di non essere di peso. Questi individui reagiranno comunque con rabbia e spesso in modo esagerato in quelle situazioni frequenti in cui si sentiranno esclusi o rifiutati. Con una logica autopoietica ben presto diventeranno esperti nel ricreare essi stessi situazioni interpersonali in cui si sentiranno così. L'addestramento all'autosservazione caratteristica delle terapie cognitivo-comportamentali e probabilmente di qualsiasi altro processo psicoterapeutico almeno nelle sue fasi iniziali, evidenzia facilmente l'atteggiamento mentale di " blocco dei ricordi ", favorendo una curiosità ed un maggiore coinvolgimento nella terapia da parte del paziente. La presa di coscienza che consegue si accompagna spesso a sentimenti di rabbia e risentimento che cercheranno di neutralizzare al solito modo. Ben presto questo atteggiamento difensivo verrà messo in discussione e per gestire i sentimenti di rabbia e risentimento che emergeranno anche insieme a molti ricordi ormai non più protetti dalla idealizzazione semantica, sarà utile aiutare l'individuo " dismissing " a cercare di comprendere come mai i propri genitori si siano comportati in tal modo. Questa domanda che consente di allargare l'ottica della discussione fino alla dimensione trigenerazionale andrà riformulata più volte nel proseguimento della terapia, in quanto si ritiene che una reale comprensione di tali tematiche costituirà uno degli aspetti del processo di cambiamento dallo stato mentale " svalutante le tematiche dell'attaccamento " verso uno stato mentale più consapevole, caratteristico in ultima analisi degli stati mentali di tipo " sicuro e autonomo ". Fondamentale sarà il processo di consapevolezza e di ispezione dei propri schemi affettivi e comportamentali. Altrettanto fondamentale e a volte obbligatorio, soprattutto nei casi più problematici, sarà la discussione della translazione, cioè della relazione terapeutica, che in questo approccio teorico, si riferisce ovviamente al lavoro di John Bowlby " … in base alla presente teoria, si può ritenere che gran parte del trattamento di una persona emotivamente disturbata consista in primo luogo nello scoprire l'esistenza di modelli dotati d'influenza, di cui il paziente può essere parzialmente o completamente inconsapevole, e in secondo luogo nell'invitare il paziente ad esaminare i modelli portati alla luce considerando se essi siano ancora validi. Nel mettere in pratica questa strategia un analista trova che il modo in cui il paziente lo percepisce e le previsioni fatte dal paziente sul probabile comportamento dell'analista stesso, sono particolarmente utili nel rilevare la natura dei modelli operativi che esercitano un'influenza prevalente nella vita del paziente. Siccome alcune di queste percezioni e previsioni appaiono all'analista molto chiaramente basate su preconcetti che il paziente ha su di lui, e derivate dai modelli operativi formatisi in seguito alle esperienze fatte con altre persone durante i primissimi anni più che dall'esperienza attuale, spesso il modo in cui il paziente percepisce e concepisce l'analista viene chiamato traslazione. Quando un analista interpreta la situazione di traslazione, egli tra l'altro richiama l'attenzione del paziente sulla natura e sulla influenza di quei modelli, e implicitamente lo invita ad esaminare la loro validità attuale ed eventualmente a rivederli. Visto nella prospettiva della teorizzazione di Piaget, il concetto di traslazione implica innanzitutto che l'analista nel suo rapporto terapeutico con il paziente viene assimilato a qualche modello preesistente (eventualmente inconscio) del paziente sul tipo di rapporto che egli si può aspettare da una persona che si prenda cura di lui, e in un secondo luogo che il modello preesistente del paziente sulle persone che si curano di lui non si è ancora accomodato, cioè non si è ancora modificato, in modo da tener conto del modo in cui l'analista si è comportato effettivamente e tuttora si sta comportando nei suoi riguardi. ( 84 ). Tale valutazione del tranfert sarà agevole e produttiva soprattutto se in precedenza durante la terapia si è avuto modo di esaminare attentamente le caratteristiche di alcune relazioni affettive significative sperimentate dal paziente in passato con eventuali partners o con gli stessi genitori. Si è sostenuto che i genitori dei bambini che all'eta' di 1 anno vengono classificati " ansioso evitanti " tramite la "strange situation ", presentano uno " stato mentale " specifico rispetto alle problematiche inerenti al comportamento di attaccamento. La Ainsworth studiando il comportamento delle madri di questi bambini le defini' " rifiutanti "(8). L'approfondimento dello studio della personalita' degli adulti secondo il sistema di analisi del comportamento di attaccamento per l'adulto ideata dalla Main (42), consente di sostituire il termine " rifiutante " proposto dalla Ainsworth con quello piu' appropriato di " svalutante le tematiche dell'attaccamento ". L'analisi di quel che i genitori dei bambini evitanti riferiscono delle proprie esperienze di attaccamento vissute all'interno della loro famiglia d'origine, evidenzia come lo " stato mentale ", che in questo lavoro e' considerato come una rappresentazione di quelli che John Bowlby ha definito " modelli operativi interni " e' tale da poter essere definito " svalutante delle tematiche di attaccamento ". I racconti di questi genitori riguardanti la loro storia affettiva all'interno della propria famiglia d'origine sono caratterizzati dalla tendenza a minimizzare l'importanza delle esperienze vissute nell'infanzia in relazione al loro modo attuale di essere. In quest'ottica i ricordi che essi riportano per giustificare le loro affermazioni sono di solito frammentari e contradditori, piu' spesso mancano, evidenziando un caratteristico " blocco dei ricordi ". Le loro risposte sono telegrafiche in un modo che tende a chiudere il discorso. Un'altra loro caratteristica " difesa " e' quella di idealizzare i ricordi, o meglio le rappresentazioni semantiche e le definizioni che forniscono dei loro genitori, descrivendoli genericamente " normali " o " perfetti " nel loro ruolo genitoriale, con l'uso frequente dei superlativi. La AAI è stata specificamente strutturata per evidenziare le discrepanze tra le definizioni semantiche delle figure genitoriali e i ricordi di tipo episodico che un individuo richiama alla sua mente per confermare le proprie affermazioni. Il momento centrale di una AAI è caratterizzato dalla richiesta di trovare appunto 5 aggettivi che descrivano la relazione tra l'intervistato ed i propri genitori durante il preriodo della fanciullezza. Cioè da che ricorda fino ai 12 anni di età. Dopo aver preso nota degli aggettivi forniti dall'intervistato, l'intervistatore chiede di ricordare qualche episodio specifico di tale periodo per esemplificare cosa intendesse dire con ciascuno degli aggettivi forniti. Si ripete questa sequenza di domande per ogni figura di attaccamento importante. Ovviamente per entrambi i genitori, a volte per un nonno, una zia, una sorella maggiore o una tata con cui vi sia stata una relazione affettiva importante e duratura durante i primi 10 anni di vita. Gli individui "dismissing" qualora ricordino certi aspetti criticabili del modo di essere dei propri genitori, questi comportamenti vengono ormai considerati come una fortuna, grazie alla quale ci si e' temprati rispetto alla vita e si e' diventati piu' forti. Di solito non ricordano episodi positivi della loro infanzia per giustificare le descrizioni idealizzate che solitamente forniscono durante una AAI, semmai inferiscono dal ragionamento precedente che se li hanno descritti positivamente, evidentemente con i loro genitori devono aver avuto esperienze positive e normali. Oppure ricordano episodi dell'infanzia che al contrario inconsapevolmente contraddicono quelle che sono state definite appropriatamente da Main e Goldwing come " idealizzazioni ", con cui hanno descritto poco prima le loro relazioni affettive infantili con i propri genitori. Un esempio estremo di questo atteggiamento mentale è ben esemplificato dalla sequenza seguente, tratta e semplificata da una AAI: Domanda) come potrebbe descrivere con un aggettivo il rapporto che lei aveva con sua madre quando lei era bambina ? Risposta) bellissimo ! Domanda) mi può fare un esempio di cosa succedeva che a lei piaceva tanto ? Risposta) mi piaceva molto stare insieme a lei ed aiutarla a cucire. Domanda) le viene in mente qualche ricordo particolare, qualche episodio relativo a quei momenti ? Risposta ) Si. Mi ricordo una volta che avevo sbagliato cucendo una gonna e mia madre in uno scatto d'ira, mi scagliò con forza le forbici da cucito, che si piantarono nell'anta dell'armadio a fianco alla mia testa. Non me lo dimenticherò mai ! Un altro esempio simile ed altrettanto evidente di idealizzazione delle rappresentazioni semantiche è il seguente: Domanda) come lo descriverebbe con un aggettivo il rapporto che lei ha avuto con suo padre quando era bambino ? Risposta) bellissimo. Domanda) mi può fare un esempio ? Risposta) mi portava con se. Domanda) le viene in mente qualche ricordo particolare di lei insieme a suo padre ? Risposta) mi ricordo di una volta al mare. Lui mi teneva in braccio. Io ero piccolo e non sapevo nuotare e lui mi minacciava di buttarmi in acqua per insegnarmi a nuotare. Io ero totalmente terrorizzato. Da quel giorno non sono più andato a fare il bagno con lui. Più spesso l'idealizzazione è meno evidente e in genere si basa sulla semplice mancanza dei ricordi specifici per confermare la definizione semantica rilasciata. Alla richiesta di ricordare un episodio specifico cadono in un lungo silenzio, che può durare anche un minuto o più, da cui riemergono arrendendosi alla mancanza dei ricordi. Mancanza che secondo la teoria dell'attaccamento è reale. Nel senso che per poter strutturare un modello evitante un individuo deve essere stato realmente trascurato. Qualora ricordi, ricorderà la frustrazione e la sofferenza provata in diverse occasioni di rifiuto, ma in tal caso non si tratta di " idealizzazione ". In generale l'accento del racconto fornito da un individuo " svalutante le tematiche dell'attaccamento " e' spostato sui contenuti di forza, autonomia e indipendenza personale. Fino a che si trovano in uno stato di equilibrio sono persone molto attive, in genere competenti, dedite agli altri piu' che a se stesse. Di solito albergano una idea negativa di se, spesso del tutto inconsapevole, bilanciata o nascosta da un " falso Se " per citare Winnicot , o da un costante impegno per sentirsi per lo meno utili per qualcuno. Si puo' vivere onorevolmente fino a 100 anni in questo modo tanto che viene considerato forse per questo motivo, ad esempio da Ammaniti (6), come una forma di esistenza di pari valore in termini di adattamento sociale di quella che caraterizza i genitori dei bambini con un attaccamento di tipo sicuro. Quando sostengo che le personalita' di tipo dismissing " albergano un'idea negativa di se " intendo dire che l'aggettivo migliore con cui piu' spesso si definiscono automaticamente nel loro dialogo interiore e' qualcosa di simile a " sono uno scemo ". Chiaramente non sono contenti di sentirsi cosi' e si danno da fare per migliorare ai propri e agli altrui occhi. Spesso sviluppano un atteggiamento mentale di " caccia all'errore " per migliorare il proprio comportamento, rispetto ad un mondo considerato prevedibile ed agli altri considerati migliori ma poco disponibili. L'impegno e l'abnegazione diventano la loro forza, la stanchezza e la solitudine il problema. Quando qualcosa va male biasimamo se stessi per non averla prevista. Quando una persona siffatta ha un figlio immancabilmente proiettera' su di lui la propria visione del mondo. Quello che caratterizza maggiormente la stretta interazione fisica tra un genitore " evitante o dismissing " ed il proprio bambino e' la poverta' degli scambi affettivi intimi. Gli psicoanalisti moderni come Lichtemberg sostengono che nelle interazioni precoci con la propria figura di attaccamento un bambino inglobera' negli schemi emotivi della memoria procedurale i comportamenti di accudimento che ricevera' fin dai primissimi giorni di vita dai suoi genitori, cosi' che da adulto, in qualche modo ripetera' inconsciamente nel proprio comportamento gli stessi schemi d'azione ricevuti da piccolo, perpetuando cosi' il comportamento dei propri genitori.(30). Con la nascita di un figlio, un genitore " svalutante " inconsapevole di esserlo altrimenti non sarebbe tale, dovra' riorganizzarsi per adattarsi alla nuova situazione. Premetto che difficcilmente un atteggiamento mentale simile porta ad un concepimento sereno. La nascita di un figlio costituisce a volte una sorpresa felice. Il senso di solitudine che ha da sempre accompagnato la vita di queste persone per un attimo svanisce. Molte madri " dismissing " si dedicano con tanto ardore alle cure del figlio da risultare spesso " intrusive ". Altre pur occupandosi alla perfezione delle neccessita' fisiche del bambino, non riescono ad entrare in contatto intimo con loro, se non nel loro solito modo svalutante l'attaccamento. Altre ancora saranno apertamente rifiutanti e severe. Una quarta modalita' di interazione affettiva significativamente correlata allo sviluppo di un pattern di tipo evitante nei bambini di 1 anno di eta' e' data da quei genitori ossessionati da una paura immotivata di poter perdere improvvisamente il proprio bambino per un incidente o una malattia mortale durante un momento di separazione. Data la bassa autostima implicita nel loro modo di essere si sentiranno incapaci di accudire il proprio bambino. Abituate da sempre a cavarsela da sole, si sentiranno ancora piu' sole. Essendo il loro obbiettivo per non soffrire piu' nelle relazioni affettive, quello di bastare a se stesse e di non dipendere affettivamente da nessuno, ben presto manifesteranno disagio per i pianti del proprio bambino e saranno invece contente nel vederlo giocare per conto proprio. Un tipico bambino evitante, cresciuto in questo clima, ad un anno di eta' si comporta in un modo preciso. Quando in lui si attiva il comportamento di attaccamento, che biologicamente serve a mantenere la vicinanza ed il contatto con la persona che lo accudisce per ricevere consolazione e cure, questi bambini che ormai sanno che quando piangono non saranno accuditi, imparano a non piangere bensi' a distrarsi, cercando qualcosa nell'ambiente che possa attirare la loro attenzione. Tutto va bene pur di non piangere perche' sanno che la mamma non sara' contenta di questo loro comportamento e li rifiutera' e questo sarebbe ancora piu' doloroso. Imparano cosi' fin da piccoli a cavarsela da soli . Un genitore " dismissing " sara' contento nel notare l'apparente " autonomia " del suo bambino " evitante ". Questi genitori ammirano la loro indipendenza, tuttavia iniziano a notare che i loro bambini sono piu' affettuosi con gli estranei che con loro, che non li salutano quando ritornano, che spesso sono disobbedienti e piuttosto spericolati. Alcuni al contrario diventano particolarmente ubbidienti e apparentemente tranquilli e spesso si manifesta una inversione del ruolo genitoriale. Ben presto i genitori pensano che il loro bambino non gli vuole bene. Quando si sentono rifiutati reagiscono con comportamenti di rabbia o di rifiuto e subito dopo attribuiscono come sempre a se stessi la responsabilita' di questo ennesimo fallimento affettivo, concludono come sempre di non essere amabili e che non saranno mai amati da nessuno, neppure dai loro figli. Durante la loro esistenza hanno imparato a " spostare " la loro attenzione dai sentimenti spiacevoli e a volte riescono a dimenticare in pochi secondi certi loro comportamenti aggressivi, rimanendo apparentemente inconsapevoli o dissociati. Le cose si complicano quando il bambino cresce. La frustrazione che si origina in questi bambini nel non ricevere accudimento nei momenti di bisogno, genera rabbia. Gli studi longitudinali sul comportamento in casa e a scuola dei bambini evitanti hanno evidenziato come questi bambini siano molto spesso arrabbiati. Con i coetanei tendono ad essere sadici e aggressivi. Hanno inoltre un bassa tolleranza alla frustrazione. Ben presto il genitore coinvolto in una simile relazione dovra' fare i conti con la propria rabbia. Abituati ad essere sempre gentili e disponibili con tutti, per sopperire il proprio bisogno d'amore, si troveranno a perdere la pazienza proprio con la persona a cui vogliono piu' bene, una ulteriore prova della propria negativita'. Anche nel bambino iniziera' a formarsi una visione del mondo che ripercorrera' le traccie del percorso del genitore. Questa interazione di solito si automantiene a lungo, spesso per tutta la vita. Entrambi parteciperanno al mantenimento di questo rapporto fin dai primissimi mesi di vita. C'e' spazio tuttavia per un'ampia variabilita' individuale. Nel corso dello sviluppo possono aversi altre relazioni interpersonali significative tali da favorire l'emergere di un monitoraggio metacognitivo del proprio modo di essere. Un bambino puo' avere un attaccamento ansioso con un genitore ma sicuro con l'altro, oppure un attaccamento ansioso con entrambi i genitori ma di tipo differente, o dei rapporti di tipo sicuro con altre persone. Il ruolo della madre sembra avere la prevalenza, ma i dati in proposito sono ancora incompleti.
La mia opinione è che un bambino evitante con la madre avrà difficoltà nell'accettare la disponibilità affettiva fornitagli da un padre sicuro. Nonostante questa eventualità costituisca un fattore di protezione la personalità del bambino andrà ad organizzarsi maggiormente intorno al sentimento di sentirsi rifiutato dalla madre. Questo sentimento di frustrazione emergerà anche nei momenti di intimità con il padre, scatenando nel bambino il solito comportamento di evitamento. Questa sensazione di rifiutare le attenzioni del padre andrà a confermare l'idea negativa del proprio se.
John Byng-Hall suggerisce che la ricerca futura in ambito relazionale andrebbe orientata sullo studio delle interazioni tra i numerosi sottotipi dei differenti patterns dell'attaccamento.(85).

CONSIDERAZIONI META-TEORICHE

Questa ipotesi di sviluppo psicopatologico della personalità sembra dipanarsi all'interno di una logica di tipo " comportamentista " dove il comportamento di attaccamento di tipo ansioso-evitante emerge in seguito ad un condizionamento di tipo " operante ". Patricia Crittenden (10,21,40) interpreta in tal senso la psicopatologia dei patterns di attaccamento evidenziabili tramite una " Strange Situation " nei bambini di 1 anno di eta'. Una lettura dei comportamenti che caratterizzano i patterns dell'attaccamento applicando lo schema di riferimento concettuale proposto da John Bowlby consente di mantenere la distanza dal paradigma comportamentista che John Bowlby ha costantemente criticato. Per compiere questa operazione concettuale bisogna risalire al concetto di sistema comportamentale ereditario di tipo labile a cui Bowlby fa risalire l'origine del comportamento di attaccamento durante lo sviluppo infantile. Nella terminologia piu' moderna si parla di sistemi motivazionali ma i due concetti appaiono sovraponibili. La funzione filogenetica dei sistemi comportamentali ereditari che mediano l'attaccamento e' secondo i criteri evoluzionistici il mantenimento della sopravivenza, ottenuta e favorita nel singolo individuo grazie al mantenimento della vicinanza con una figura adulta considerata protettiva. Il piccolo neonato nasce capace di alcuni comportamenti istintivi: quali il pianto, il sorriso, l'aggrapparsi ed gli altri comportamenti di tipo sociale che hanno lo scopo di favorire le relazioni con gli adulti disponibili. I bambini piccoli attivamente gratificano con sorrisi gli adulti che gli prestano attenzioni. La cultura comportamentista e la stessa psicoanalisi hanno diffidato i genitori dal prendere troppo spesso in braccio i loro bambini, consigliando ad esempio di non ascoltare le loro lamentele notturne, per non incorrere nel rischio di viziarli. Costruire un'ipotesi sullo sviluppo delle rappresentazioni di se e dell'altro secondo i principi della teoria dell'attaccamento, implica considerare la presenza di specifiche esigenze biologiche di tipo innato ed ereditario mediate dalla attivazione neurovegetativa emotivo-affettiva. Questo e' ben diverso dal costruire una ipotesi sullo sviluppo della conoscenza basata su dei semplici condizionamenti positivi o negativi. La costruzione dei modelli operativi interni, da cui dipendono le previsioni che il bambino fara' su come si comportera' la madre se lui avra' bisogno di lei, sara' senz'altro condizionata da come la madre stessa effettivamente si comportera', ma a partire dalla soddisfazione o meno del raggiungimento degli scopi funzionali conseguenti all'attivazione dei sistemi comportamentali biologici che mediano il comportamento di attaccamento. Bowlby (5) riproponendo lo schema descritto da Miller, Gallanter e Pribram (86) sostiene che nelle prime fasi di vita il comportamento del neonato si organizza passando da schemi piu' semplici anche di tipo condizionato ad altri piu' complessi organizzati secondo piani gerarchici. Il comportamento del genitore sara' anch'esso orientato dai propri modelli operativi interni, a loro volta costruiti nelle relazioni affettive del genitore nella sua famiglia di origine. Ho accennato in precedenza all'ipotesi di Lichtemberg (30), che e' uno psicoanalista americano che ha aderito evidentemente al paradigma Bowlbiano. Per Lichtemberg, in accordo con Tulving (87), la conoscenza procedurale precede la formazione della stessa memoria episodica e semantica. John Bowlby propone sostanzialmente lo stesso modello cognitivista nella sistematizzazione dell'apparato mentale (88). Utile per comprendere questi argomenti e' l'articolo di Giovanni Liotti (89) . Le osservazioni sui comportamenti interpersonali compiute in seguito alla descrizione dei patterns dell'attaccamento nella prima infanzia hanno permesso di evidenziare che, nel caso di genitori disponibili a rispondere prontamente alle richieste di cure e attenzione dei propri bambini, si struttura un pattern di attaccamento di tipo sicuro. Si puo' sostenere che nonostante questi genitori siano inclini a " viziare " i loro bambini durante l'intero primo anno di vita, il risultato che ottengono e' che questi bambini diventano piu' autonomi, sempre secondo i criteri di lettura propri del paradigma dell'attaccamento. Il paradigma comportamentista prevede invece che se un genitore prende in braccio il suo bambino ogni volta che egli piange o lo chiede, questo bambino crescera' viziato e sempre piu' chiedera' di essere preso in braccio. Viceversa si e' visto che un bambino che abbia strutturato un comportamento di attaccamento di tipo " sicuro " con il proprio genitore, grazie alla disponibilita' pronta e sollecita di quest'ultimo ad accudirlo, che durante il primo anno di vita consiste praticamente nel prenderlo in braccio ed accudirlo adeguatamente quando piange, col tempo diventera' sempre piu' autonomo e sicuro, il che in pratica comporta che un bambino sicuro chiedera' attenzioni e cure solo quando ne avra' bisogno. Secondo la Crittenden un bambino sviluppa un attaccamento di tipo sicuro in seguito ad una serie di condizionamenti positivi che riceve da parte di genitori sensibili, che rispondono in modo adeguato alle risposte adeguate dei loro bambini (10). Piu' convincenti appaiono le sue ipotesi psicopatologiche per i modelli di attaccamento di tipo ansioso, sempre fondate sul paradigma comportamentista. L'importante lavoro clinico della Crittenden sulle famiglie problematiche le ha permesso di individuare una particolare modalità del comportamento di attaccamento denominato di tipo " A/C ". Al di la' delle sottigliezze retoriche per sostenere o meno un paradigma comportamentista, comunque ormai superato, il fatto che la Crittenden non consideri nel suo sistema classificativo il pattern di attaccamento tipo " disorientato/disorganizzato " o di tipo " D " descritto da Main e Solomon (9) richiede ulteriori considerazioni. Patricia Crittenden (10,40) include molti di quei comportamenti che secondo il sistema di valutazione di Main e Solomon (9) caratterizzano il comportamento di attaccamento di tipo disorganizzato-disorientato nei bambini di 1 anno di eta', e soprattutto in età prescolare, come caratteristici di ulteriori sottocategorie dei due patterns di attaccamento di tipo ansioso descritti dalla Ainsworth (8). La Crittenden commenta che poiche' molti bambini che all'eta' di 12 mesi manifestano di quei comportamenti " disorganizzati " descritti da Main e Solomon, ma non li manifestano piu' all'eta' di 6 anni, questo significa che il pattern " disorganizzato-disorientato " descritto da Main e Solomon non ha il valore di modello organizzativo alla pari dei tre modelli descritti dalla Ainsworth ( tipi A,B,C ). Rivendica invece questo valore di quarto pattern dell'attaccamento per il modello A/C da lei evidenziato. Introduce inoltre il concetto di " riorganizzazione " del comportamento di attaccamento, che piuttosto che ampliare le possibilita' descrittive del sistema di decodifica in uso, sembra contrapporsi al concetto stesso di " disorganizzazione " proposto dalla Main ed accettato dalla gran parte dei ricercatori nel campo dell'attaccamento. Si sono generate in tal modo una serie di perplessita' che ostacolano lo stesso lavoro di ricerca, soprattutto in Italia dove si e' dato piu' spazio ai lavori della Crittenden che paradossalmente non sono conosciuti dalla maggior parte dei ricercatori che lavorano nel campo dell'attaccamento in ambito internazionale. La mia opinione e' che poiché che la Crittenden opera principalmente in un contesto clinico può aver innescato quel fenomeno che Ernst Mayr (90) ha definito " evoluzione divergente ", per cui differenti tassonomisti, occuppandosi di fasi differenti del ciclo vitale, giungono a formulare delle classificazioni del tutto diverse. Ho ipotizzato in precedenza la possibilita' di una deriva naturale dei patterns di attaccamento di tipo ansioso verso uno stato mentale degli adulti di tipo " Dismissing " , questo sulla base di osservazioni personali, confortate dal parere di altri operatori nel campo dell'attaccamento (91). Che si possa cambiare anche spontaneamente pattern di attaccamento nella prima infanzia a seconda degli eventi di vita che coinvolgono la famiglia e' ampiamente descritto in letteratura. Che si possa cambiare pattern di attaccamento in eta' adulta e' una questione piu' dibattuta, ma è in tal senso che a mio avviso bisogna operare. Nella mia esperienza clinica posso riportare il caso di una donna di 26 anni che nel 1989 presentava all'inizio della terapia, alla AAI uno stato mentale di tipo " invischiato " sottotipo E2, caratteristico dei genitori dei bambini di un anno che alla " Strange Situation " sono classificati " ansioso-resistenti " o tipo " C2 ". Terminata la terapia dopo essersi sposata ed aver avuto due bambini, si e' sottoposta di nuovo alla AAI ed alla " Strange Situation " con entranbi i figli in epoche differenti. Sia le due " Strange Situation " che la AAI hanno evidenziato un pattern di attaccamento di tipo " sicuro " ma del sottotipo " B1 ", al limite della categoria di tipo " evitante ". Per completezza si riporta che il marito anch'esso valutato con gli stessi strumenti ha manifestato un comportamento di attaccamento per se stesso e nella relazione con i suoi bambini di tipo " disorganizzato-evitante " . Che si possa cambiare stato mentale nell'adulto o pattern dell'attaccamento nell'infanzia è un presupposto ed una speranza degli interventi di psicoterapia. Pertanto il fatto che un bambino ad un anno di età possa manifestare un comportamento di attaccamento di tipo " disorganizzato\disorientato" e non più all'età di 6 anni, anche spontaneamente e senza alcun intervento terapeutico, appare cosa plausibile oltrechè auspicabile. La Crittenden aderisce probabilmente all'epistemologia del costruttivismo radicale e per lei le differenze classificative sono di scarsa importanza, sopratutto per quel che concerne l'attivita' clinica. Probabilmente per questa stessa motivazione epistemologica i cognitivisti italiani che hanno aderito al costruttivismo radicale come Vittorio Guidano e Mario Reda hanno favorito una maggiore diffusione del modello classificativo della Crittenden, piuttosto che del modello proposto dalla Main e dagli altri ricercatori citati nel presente articolo, che hanno continuato con lo stesso rigore metodologico il lavoro iniziato da John Bowby e Mary Salter Ainsworth. Per i costruttivisti radicali un criterio classificativo o un'altro assumono la medesima dignità scientifica e pertanto coerentemente con questo assunto nominalista hanno favorito la diffusione di un modello più debole, rispetto a quello seguito dalla maggior parte dei ricercatori che lavorano nel campo dell'attaccamento. Mary Main, pur riconoscendo la fondatezza delle osservazioni della Crittenden sul pattern " A/C", si muove nel campo della ricerca di base e per lei e' fondamentale assumere una epistemologia che Ernst Mayr definisce di tipo realista (92). Questa differente impostazione epistemologica, solleva delle importanti problematiche tra i ricercatori che intendono impostare dei nuovi lavori di ricerca nel campo dell'attaccamento. Come hanno evidenziato Solomon & Gorge (93), confrontando tra loro i tre differenti sistemi di classificazione in età prescolare attualmente in uso nel campo dell'attaccamento. Questi ricercatori hanno evidenziato un sostanziale accordo tra i vari laboratori di ricerca nel considerare la " Strange Situation " come lo strumento di classificazione ottimale per valutare il comportamento di attaccamento nei bambini di età compresa tra i 12 ed i 20 mesi. Al contrario segnalano notevoli difficoltà nel validare gli strumenti di valutazione del comportamento di attaccamento nell'età prescolare e cioè tra i 21 ed i 48 mesi. Queste difficoltà sono dovute principalmente alle divergenze introdotte nel sistema classificativo della Crittenden, denominato " The Preschool Assestment of Attachment " ( PAA), rispetto ai sistemi classificativi di Marvin e Cassidy ( Mac Arthur Group) ed al sistema di Main e Cassidy (Berkeley Group) adoperati rispettivamente per i bambini di tre e sei anni. La principale differenza è costituita dal fatto che nel PAA della Crittenden non è inclusa la categoria " disorganizzato-disorientato " descritta da Main e Solomon (9), integrata nel sistema di valutazione per i bambini di tre anni di Marvin e Cassidy. La Crittenden nel suo sistema PAA propone 6 categorie principali di organizzazione del comportamento di attaccamento:
1) sicuri o tipo B.
2) difesi o tipo A (ansioso-evitanti).
3) coercitivi o tipo C ( ansioso-resistenti).
4) difesi e coercitivi o tipo A\C .
5) ansiosi depressi.
6) altri insicuri o tipo IO ( insicure others).

Così come nel sistema di Ainsworth et AA.(8), ogni categoria principale include vari sottotipi. La Crittenden ha introdotto nel sistema di classificazione dei nuovi criteri di tra cui : la negoziazione genitore-bambino, la responsività della figura di attaccamento e le risposte emotive dell'osservatore. I lavori pubblicati che hanno utilizzato il PAA sono stati compiuti su bambini di età compresa tra i 21 ed i 65 mesi. In alcuni lavori di confronto che hanno adoperato il PAA di Crittenden con il sistema di Marvin & Cassidy (94,) si è evidenziata una scarsa correlazione del 38 % e 39% tra i due sistemi di valutazione per le categorie principali dell'attaccamento, in due campioni di bambini. Si è ottenuta una correlazione significativa (82%) per il campione di bambini maltrattati, ma soltanto del 64% nei campioni di popolazione normale.
Si è evidenziata pertanto una maggiore mancanza di consenso riguardo alle caratteristiche peculiari del comportamento di attaccamento di tipo sicuro nell'età prescolare sia nei bambini che nei loro genitori. La differenza principale del sistema della Crittenden anche secondo il parere di George e Solomon riguarda il concetto di " disorganizzazione ". Nel PAA non si parla di disorganizzazione ma di organizzazione, per qualsiasi strategia che sia coerente ed il cui obbiettivo nell'immediato contesto sia evidente. All'età di 6 anni si è trovata invece una notevole concordanza tra il sistema di Marvin e Cassidy in età prescolare ed il sistema di Main e Cassidy. Questa concordanza tuttavia non è ritenuta sufficiente per validare il sistema di Marvin & Cassidy in età prescolare, ma è tale per cui Solomon e George consigliano di impostare delle nuove ricerche seguendo quei sistemi di valutazione che includono il sistema " D " proposto da Main e Solomon (9) per i bambini dai 12 ai 20 mesi di età, quale è in età prescolare il sistema di Marvin & Cassidy per i bambini dai 21 ai 48 mesi di età ed il sistema di Main e Cassidy per i bambini di 6 anni. Tali divergenze possono essere comprese considerando la differente posizione epistemologica seguita dai due gruppi di ricerca. Per Main e Solomon (9) oltre che per Sroufe e Egeland (15), i differenti modelli di attaccamento descritti sinora rappresentano significative differenze nell'ontologia, piuttosto che classificazioni arbitrarie. John Bowlby suggerisce che quando cerchiamo di comprendere i principi generali che spiegano lo sviluppo e la psicopatologia, cosa necessaria per capire quale tipo di cure fornite ai bambini tendono a produrre un certo tipo di personalita', noi adottiamo i criteri delle scienze naturali e abbiamo a che fare con probabilita' statistiche. Quando invece cerchiamo di capire i problemi personali di un individuo e quali eventi possono aver contribuito allo sviluppo di tali problemi, noi allora adottiamo i criteri delle scienze storiche. Entrambi gli approcci contribuiscono alla nostra comprensione (95). La posizione " realista " della Main e' comunque dialettica, nel senso che tiene conto del processo di interazione tra organismo e ambiente e della possibilita' di modificare le conoscenze con ulteriori scoperte. Una posizione non lontana dalla epistemologia evoluzionista, che pur ammettendo che la nostra conoscenza e' congetturale, esorta i ricercatori a cercare di essere obbiettivi e a non abbandonare un atteggiamento di " realismo " seppur " critico ". Nella mia personale esperienza ho dovuto confrontarmi sia con i problemi del ricercatore che con quelli del clinico. Nella pratica clinica un atteggiamento " ermeneutico " aiuta senz'altro il terapeuta a non assumere un atteggiamento direttivo. Tuttavia una buona teoria psicopatologica e' altrettanto importante. La conoscenza dello sviluppo della personalita' a partire dai differenti patterns di attaccamento e la fenomenologia con cui questi " stati mentali " si manifestano sia nel bambino e nell'adulto, cosi' come descritto dalla Main (42), altamente compatibile con il modello psicopatologico cognitivista di Vittorio Guidano e Giovanni Liotti (96), è utile per orientare il processo terapeutico, non soltanto nelle forme di " attaccamento ansioso " della prima infanzia, ma anche per le gravi patologie dell'adulto. Nel caso delle problematiche presentate da adulti " dismissing of attachment ", genitori di bambini con un attaccamento di tipo " ansioso evitante ", uno dei primi problemi e' dato dal confrontarsi con la loro principale modalita' " difensiva " caratterizzata da cio' che John Bowlby ha definito " esclusione difensiva ", che oltre ad impedire un'elaborazione consapevole di certe esperienze, si avvale di una forte propensione all'oblio e alla dimenticanza dei ricordi spiacevoli. La psicoterapia cognitiva che fa dell'autosservazione lo strumento principale di intervento, necessariamente andra' ad indebolire questa " difesa " fin dalle prime sedute e consentira' in molti casi di attivare quel processo di " ispezione " dei propri sentimenti nelle relazioni interpersonali significative.(97). Questo processo nel tempo puo' consentire una rilettura della storia personale ed un distanziamento da quelle generalizzazioni semantiche " idealizzate " che mantengono coerente l'organizzazione della conoscenza " dismissing " in atto. Ovviamente questo sara' un processo graduale, ma che verra' enormemente facilitato dalla conoscenza da parte del terapeuta della fenomenologia dei pensieri e dei sentimenti che caratterizzano gli individui con uno stato mentale di tipo " sicuro " e " ansioso " relativo alla propria storia di attaccamento. Nelle semplici domande di cui e' composta una " Adult Attachment Interview " (61) si trovano le chiavi per favorire una adeguata discussione e " ispezione " di quelle relazioni affettive significative, alla base della organizzazione mentale in atto in un dato momento. Ovviamente nelle personalita' piu' sofferenti questo processo puo' durare anche alcuni anni ed il lavoro terapeutico non sarà così lineare. In molti casi i risultati saranno minimi e spesso sarà più adeguata una terapia di contenimento piuttosto che di approfondimento. Nella relazione terapeutica un atteggiamento di tipo " base sicura " da parte del terapeuta presuppone il lasciarsi guidare dal paziente. Quando ad esempio si ha a che fare con l'alternarsi di differenti e molteplici " stati mentali " di solito incompatibili l'uno con l'altro, che si susseguono in maniera caotica e repentina per neutralizzare quei sentimenti penosi associati alle costruzioni che un individuo formula di volta in volta per cercare di dar senso ai propri vissuti, come ad esempio nel caso delle personalita' borderline o nelle patologie psicotiche, in generale l'atteggiamento più funzionale da parte del terapeuta consiste nel semplice ascolto. Si ritiene che anche nei casi piu' problematici, strutturando una relazione sicura con il terapeuta, queste persone possano trovare il coraggio ed il tempo per poter esaminare i differenti aspetti del loro malessere.E' opinione diffusa tra gli psichiatri che grazie alla relazione terapeutica anche la terapia neurolettica in genere necessaria nei casi più gravi, sarà piu' efficcace. Ritornando adesso al " progetto per la prevenzione delle fobie scolari " e percio' al trattamento di situazioni piu' semplici, non francamente patologiche, o non ancora tali. Si può sostenere che saranno gli stessi genitori ad intervenire " proceduralmente " sui loro bambini, qualora riescano a comprendere e tollerare le proprie problematiche. Il terapeuta diventera' una base sicura per quei genitori " ansiosi " che a loro volta pian piano cercheranno di modificare certi comportamenti con i loro bambini. Dato il clima " dismissing " che caraterizza la nostra cultura un genitore " sicuro " secondo la teoria dell'attaccamento dovra' andare controcorrente. E' sintomatica la risposta della madre di un bambino classificato sicuro " B3 " alla " Strange Situation " all'eta' di 1 anno, in occasione della valutazione del comportamento di attaccamento effetuata all'eta' di 6 anni in conclusione del " progetto per la prevenzione delle fobie scolari ". Alla mia considerazione che tale madre si era comportata in modo ottimale secondo i criteri di valutazione utilizzati nel progetto, cosi' rispose : " Sa dottore mi consola molto il fatto che lei mi dica queste cose, perche' ho sempre dovuto lottare contro tutti. Tutti mi dicevano di non prenderlo in braccio quando piangeva, che cosi' lo avrei viziato. Ma io ho seguito il mio istinto, non ci riusivo a non prenderlo quando lui piangeva, ho fatto come sentivo. Adesso che ha 6 anni tutti mi fanno i complimenti. Mi dicono che mio figlio e' bravo, ubbidiente ecc. Sopratutto le insegnanti mi fanno tanti complimenti. ". Ovviamente il comportamento di accudimento di un genitore che favorisce lo sviluppo di un un pattern di attaccamento di tipo " sicuro " nei figli, non si puo' ridurre alla semplice prescrizione di prenderlo in braccio quando piange. Tuttavia solo i bambini " C1 " caratteristici per la loro passivita' ed i bambini " disorganizzati-sicuri " possono essere facilmente confusi con i bambini " sicuri " nel tenerli in braccio. In ogni caso si ritiene che prendere in braccio un bambino che piange sia preferibile alla prescrizione di non prenderlo per paura di viziarlo. Ben venga un lavoro che meglio evidenzi il comportamento di accudimento di tipo sicuro. Il recente lavoro della Meins (98) nonostante nel titolo denoti tale intenzione, di fatto e' piu' il tentativo di integrare il lavoro di Vygotskij con quello di Bowlby. Una esemplificazione del clima culturale attuale e' quella fornita da Massimo Ammaniti in uno dei suoi ultimi libri (99). Questo lavoro evidenzia la difficolta' che gli psicoanalisti incontrano nell'integrare la teoria dell'attaccamento nel loro modello psicopatologico.Ancora nel 1998 Ammaniti dapprima distingue i bambini di quattro anni secondo due caratteristiche temperamentali: quelli che sanno aspettare la soddisfazione di un desiderio e quelli impulsivi, che non riescono a farlo neppure con la previsione di un guadagno maggiore. Adopera poi la metafora del film " via col vento " per descrivere Rossella impulsiva eroina, contrapponendola a Melania pacata e comprensiva. Ammaniti racconta dell'infanzia di Rossella
" Questo suo temperamento non era stato mitigato in famiglia, benche' il padre, Geraldo, avesse ripetutamente cercato di frenare i furori della figlia. Egli finiva infatti per assecondarla sempre e la viziava, compiaciuto com'era del suo straordinario temperamento ". Gia' qui il ragionamento di Ammaniti diventa difficcile da comprendere secondo i principi della teoria dell'attaccamento. I bambini che hanno la piu' bassa soglia di frustrazione sono i bambini " Evitanti ". Rossella potrebbe appartenere a questa categoria ed in tal caso considerarla " viziata " appare fuorviante rispetto a quanto si sa riguardo le storie di sviluppo del pattern di attaccamento di tipo " evitante ". Potrebbe allora essere " disorganizzata " ma Ammaniti non la caratterizza in tal senso. Ammaniti continua criticando la posizione assunta ultimamente dai pediatri americani, che consigliano ai genitori di essere indulgenti con i propri bambini. "... la rivoluzione e' stata totale. Mentre in passato le regole che lo governavano erano estremamente rigide ed il bambino doveva adattarsi a queste, oggi si sostiene l'esatto contrario. C'e' la tendenza ad assecondare il figlio ed aspettarsi che sia lui a trovare la propria regolazione. " Descrivendo le malattie del Se estremizza la posizione dei pediatri americani, per arrivare a negarne la validita'. In tal modo Ammaniti non aiuta a cogliere e distinguere le differenze tra un comportamento patologico caratteristico delle personalita' affette da disturbi di tipo " narcisistico " e la adeguata presa di distanza dal modello genitoriale autoritario che ha caratterizzato l'ultimo dopoguerra.
" ... viene amato, adorato e corteggiato senza che nessuno sia disposto a mettergli dei freni o a imporgli delle costrizioni. Il suo Se si alimenta di continue conferme e rassicurazioni che lo fanno sentire importante, quasi onnipotente. Puo' fare tutto quello che vuole, arrampicarsi sui mobili di casa, attaccarsi al telefono quando suona e rispondere a monosillabi mentre i genitori assistono compiaciuti. Correre nelle sale d'attesa degli areoporti, senza che gli si faccia capire che occorre rispettare anche le altre persone (...) E' inevitabile che questo si ripercuota sulla sua costruzione del Se. Il risultato della digressione di Ammaniti e' che risulta difficcile, se non impossibile individuare e distinguere quei comportamenti genitoriali che secondo la teoria dell'attaccamento risultano adeguati, da quelli che caratterizzano le situazioni problematiche. Impostare l'educazione dei figli secondo la filosofia della teoria dell'attaccamento implica il tentativo di farsi guidare dalle richieste del proprio bambino fin dai primi giorni di vita, cercando di aiutarlo a risolvere i propri problemi, piuttosto che proteggerlo impedendogli le iniziative. In tal modo il bambino cresce autoregolando le proprie esigenze sia nel campo della alimentazione, che in quello dell'esplorazione dell'ambiente e dell'interazione con le altre persone. E' vero che un bambino allevato in tal modo soprattutto nel corso del secondo e del terzo anno di vita, nel suo comportamento in casa sara' molto intraprendente, spesso prepotente e ovviamente maldestro. La differenza tuttavia che si crea in una famiglia caratterizzata da un comportamento di attaccamento di tipo " sicuro " rispetto ad un modello di attaccamento di tipo " ansioso " e' abissale. Ammaniti non coglie e non descrive queste differenze, anzi confonde il quadro, proponendo in ultima analisi un accudimento " dismissing " che paradossalmente e' predisponente a mio avviso per i problemi di tipo narcisistico che egli stesso ha cercato di esorcizzare. E' vero che un bambino sicuro tra i due anni di eta' e fino ai tre o quattro, sara' velocissimo nell'andare a rispondere al telefono. In un clima " sicuro " e' vero che ricevera' il plauso dei genitori compiaciuti, ma ben presto tale bambino rispondera' in modo più adeguato e sereno rispetto al modo di comportarsi dei bambini classificabili con i parametri dei patterns di attaccamento di tipo ansioso.. Il piu' delle volte questo stesso bambino sara' collaborante, disposto ad ubbidire alle richieste dei genitori, come ad esempio nel non rispondere al telefono, se il genitore gli fara' tale richiesta. Questi stessi bambini avranno un comportamento ben diverso fuori di casa: sia in aereoporto, che nell'ambulatorio del pediatra o nei grandi magazzini, saranno il piu' delle volte cauti ed educati, piu' spesso staranno seduti composti vicino ai loro genitori, piuttosto che correre senza controllo da ogni parte. Sono in genere i bambini evitanti o disorganizzati che corrono pericolosamente lontano dai loro genitori. Tutte queste considerazioni sono state ormai ampiamente dimostrate e pubblicate in diversi lavori di ricerca compiuti in casa ed a scuola. Nonostante per molti aspetti Ammaniti si accosti alla teoria dell'attaccamento, termina il suo libro con l'esortazione a non viziare i bambini e questo suo messaggio non aiuta a cogliere la lezione Bowlbiana. Quello che manca nella descrizione di Ammaniti e' una chiara differenziazione del comportamento di accudimento da parte di genitori " sicuri ", rispetto a quei comportamenti che invece favoriscono la patologia del Se, che compare nelle eta' piu' tardive e che Ammaniti ben descrive. Anche Daniel Stern nonostante sembri molto piu' vicino alla posizione Bowlbiana, ad una analisi piu' attenta assume una posizione simile a quella di Ammaniti. Nel suo recente libro sulla maternita' (100) Stern descrive con la sua solita accuratezza le sofferenze di Claire, una madre in gravidanza. Questa donna e' afflitta da numerose paure tipiche degli " stati mentali " di attaccamento di tipo ansioso, ma e' sorretta da un notevolissimo atteggiamento " metacognitivo ", forse frutto di un precedente lavoro psicoterapeutico, che la preserva dal ricadere in un comportamento di attaccamento di tipo " ansioso " con il suo bambino. Se Claire non avesse la capacita' di osservare i propri sentimenti e i propri pensieri ed in tal modo interrompere gli stati mentali di " invischiamento " che la distolgono dall'interazione con il suo bambino, quelle microdepressioni che cosi' acutamente Stern descrive, si organizzerebbero nel suo bambino in modelli operativi interni di tipo ansioso. Stern cautamente sostiene che l'intenzione del suo lavoro non e' quella di terrorizzare le madri nel delicato momento della gravidanza, ma viceversa quello di aiutarle a superare le loro caratteristiche paure. In tal senso il suo libro e' piu' che riuscito. Tuttavia anche Stern, come Ammaniti, omette di segnalare come paure molto simili a quelle descritte per Claire, ma non monitorizzate da un atteggiamento metacognitivo, o da una consapevolezza simile a quella dimostrata da Claire, caratterizzano invece gli stati mentali di quelle madri che strutturano con i loro figli un pattern di attaccamento di tipo ansioso. E' ovvio che non esiste una madre perfetta, ma anche Stern omette di evidenziare le caratteristiche di quel comportamento di accudimento che se presente nei genitori favorisce lo sviluppo di un pattern di attaccamento di tipo sicuro nel bambino e che a mio avviso sarebbe utile evidenziare, per aiutare i genitori ad avere un esempio positivo, soprattutto per quelle giovani madri che conoscono soltanto modalità di interazione di tipo ansioso. Cosi' come Ammaniti, Stern non accetta che il pattern di attaccamento di tipo sicuro descritto dai ricercatori dell'attaccamento, rappresenti la norma e quindi sia una modalita' di esistenza da preferire rispetto agli altri percorsi evolutivi possibili, definiti appunto dai ricercatori dell'attaccamento come " ansiosi ". Anche tra i cognitivisti italiani vi sono state delle importanti divergenze nel modo di integrare nella clinica i contributi offerti dagli studi sull'attaccamento. La piu' importante e' stata quella tra Vittorio Guidano e Giovanni Liotti, che subito dopo la pubblicazione del loro volume scritto in comune (96), hanno interrotto la loro collaborazione per il differente valore da attribuire ai modelli di attaccamento sullo sviluppo della personalità dell'adulto. Caratterizzato da un atteggiamento " dismissing of attachment ", Guidano non poteva che minimizzare le tematiche dell'attaccamento. Estremizzando ulteriormente la posizione di Guidano, Mario Reda (101) compie una " petizione di principio " (102), che rende ancora più difficile integrare nell'approccio clinico cognitivista i preziosi lavori di Mary Main. " … Durante lo sviluppo si stabilisce non tanto una generica competenza o incompetenza a provvedere agli eventi che suscitano le proprie emozioni, quanto una sorta di stile personale nell'affrontare le situazioni che inducono sensazioni - come modificazioni psicofisiologiche nell'organismo - costituito da rappresentazioni verbali - narrativa - e non verbali - immaginazioni, ricordi ecc. - con cui ci si abitua a riconoscersi e definirsi in circostanze che richiedono di essere in qualche modo gestite. Non si tratterà quindi di competenze giuste o sbagliate o di maggiore o minore adattabilità alle situazioni ma di acquisita capacità a riconoscere e ad accettare quello che sta accadendo dentro di se. Questo sembra facilitato dalla possibilità durante lo sviluppo di attribuire significati personali ad un alto numero di vissuti emotivi e, per non diventare dei robot operazionali, poter acquisire la relativa confusione derivante dal confronto con modalità diverse dalla propria conservando la capacità di ricentrare l'esperienza su di se. Della narrativa quindi, o del modo con cui ogni individuo è portato a spiegarsi quello che accade dentro e fuori di se, non si cercherà più di determinare se è stata ed è " sicura " o meno e quindi giusta o sbagliata, ma se è suscettibile ad essere riconosciuta ed autoattribuita - livello di chiarezza - e confrontabile o meno con altre modalità - livello di elasticità. E' infatti il mantenimento della coerenza interna che consente a ciascun individuo di adattarsi secondo le proprie modalità ove per coerenza si intende la capacità di integrare gli imprevisti della vita in un senso unitarietà per cui la conoscenza di se prende forma attraverso una circolarità costitutiva fra i continui accadimenti del nostro vivere e, d'altro canto, il nostro ricomporli in trame di significati condivisibili che permettono l'ordinamento stabile di quell'accadere. ( Arciero e Guidano 2001 ) . In conclusione non sono tanto gli stili di attaccamento Bowlbiani a determinare di per se un'organizzazione di personalità più o meno sicura o adattabile alle situazioni future, ma è il modo con cui ogni essere umano come sistema complesso in fase di sviluppo, riesce ad integrare le sensazioni che prova in diverse situazioni di reciprocità emotiva con figure di riferimento, mediante significati personali con cui riordina l'esperienza raccontandosi ciò di cui si sente protagonista ". Reda compie a mio avviso una petizione di principio nel senso che attribuisce al concetto di " attaccamento sicuro " una connotazione che non gli appartiene. Le persone che da adulte manifestano uno stato mentale di tipo " sicuro " secondo i criteri della " adult attachment interview " di Main e Goldwin, si caratterizzano proprio per la coerenza interna del proprio pensiero e per la capacità di poter prontamente integrare le dissonanze cognitive, anche modificando il proprio punto di vista. La differenza fondamentale con il modello psicopatologico proposto da Vittorio Guidano consiste nel fatto che Guidano non contempla lo stato mentale o il pattern comportamentale di tipo " sicuro ", così come gli psicoanalisti considerano lo sviluppo infantile precoce come ancora " simbiotico " o " non individuato ". Per Guidano i modelli di organizzazione della conoscenza sono tutti in equilibrio compensato o meno, intorno a dei nuclei per lo meno nevrotici, fobici-ossessivi, con disturbi dell'alimentazione o depressi. Gli studi della Main e di molti altri ricercatori nel campo dell'attaccamento, nell'adulto e nel bambino, consentono di individuare nella categoria del pattern di attaccamento sicuro, almeno un terzo della popolazione apparentemente sana, come " non nevrotica ". L'individuo consapevole, proposto da Guidano, come in grado di mantenere un livello di coerenza interna, che gli consente di adattarsi secondo le proprie modalità , capace di integrare gli imprevisti in un senso di unitarietà, ricomponendo in trame di significato condivisibile che gli permette il riordinamento stabile di quell'accadere, qualora sia un evitante secondo i criteri dell'attaccamento qui proposti, sarà caratterizzato da una idea negativa di se stesso, che dovrà confermare ricorsivamente per mantenere la propria coerenza interna. Potrà fare ciò soltanto grazie all'azione della " esclusione difensiva " e del " blocco dei ricordi " associato alla idealizzazione semantica delle rappresentazioni delle proprie figure di attaccamento e di quegli accadimenti esterni ed interiori, che gli segnalano il contrario. Tale persona così come è stato ampiamente discusso in questo testo, è depressa o tendente alla depressione, e appare tutt'altro che coerente sia da un punto di vista interno del suo sistema conoscitivo, che si deve automantenere solo ingannandosi, che secondo i parametri esterni di valutazione quali ad esempio i criteri della Adult Attachment Interview. La mia posizione all'interno dell'epistemologia evoluzionista puo' essere definita " naturalistica " o " organismica " oppure " biologica " nel suo senso piu' ampio. Cosi' come sostiene John Bowlby (38) " esistono infatti vari programmi di ricerca che studiano i diversi modi in cui si possono sviluppare rapporti interpersonali intimi, con le loro cause e le loro conseguenze. Programmi di ricerca, lo voglio sottolineare nuovamente, che sono fortemente radicati nella biologia, così come quelli degli psichiatri fisiologi che fanno impropriamente uso della etichetta " psichiatria biologica ". Attualmente il modello di Edelman sul darwinismo neuronale (103) sembra essere il modello piu' appropriato per descrivere il modo in cui il cervello si struttura sia morfologicamente che funzionalmente attraverso processi selettivi di natura darwiniana che operano a diversi livelli di organizzazione e consentono sul piano del funzionamento cognitivo, la costruzione di oggetti mentali quali pre-rappresentazioni, che vengono quindi selezionate in base al grado di risonanza con le configurazioni di stimoli esterni. Cosi' come Corbellini (104) ha recensito il lavoro di Changeux (105), tale modello e' coerente con il principio generale per cui qualsiasi sistema biologico, dalle popolazioni che evolvono adattivamente, ai sistemi fisiologici come quello nervoso o immunitario, che sono in grado di acquisire nuove risposte adattive, ovvero di apprendere dall'esperienza, ottengono questi risultati producendo spontaneamente dei repertori variabili di configurazioni (molecolari, neurali, comportamentali ecc.) all'interno dei quali vengono selezionati quelli che corrispondono meglio alla realta'. In relazione al problema del relativismo cognitivo, questo vuol dire che l'obbiettivita' di una qualsiasi asserzione conoscitiva in merito a cio' che esiste, emerge dalla sovrapposizione di diverse e articolate modalita' di categorizzazione attiva dei dati dell' esperienza, che sono state messe a punto nel corso della filogenesi, ed io direi anche dell'ontogenesi individuale e che per questo in qualche modo devono rispecchiare delle caratteristiche fisiche della realta', che trovano proprio nella loro variabilita' individuale il presupposto per migliorare l'adeguatezza delle rappresentazioni o per scoprire nuove caratteristiche del mondo. Questa impostazione e compatibile con la teoria dell'attaccamento. Secondo John Bowlby qualsiasi adattamento di un sistema biologico nella sua nicchia ecologica produrra' degli adattamenti funzionali. Il comportamento di accudimento fornito da un genitore " sicuro " fornisce un'ambiente ottimale per poter sviluppare al meglio le potenzialita' evolutive del bambino. In tal senso lo sviluppo di un attaccamento di tipo sicuro favorisce la possibilita' di avere una vita piu' serena. Le divergenze da questo modello verso i patterns di attaccamento di tipo ansioso sono degli adattamenti funzionali ad ambienti familiari che comportano un costo in termini di serenita' affettiva. In concomitanza con questi differenti percorsi di sviluppo ansioso si possono strutturare dei concomitanti adattamenti neurofisiologici disfunzionali. L' ipotesi che vi siano implicati fattori genetici che predispongono verso un attaccamento di tipo sicuro e' avvalorata da una certa tendenza alla omeostasi verso dei modelli comportamentali di tipo sicuro. Negli individui che semplicemente sono messi in condizione di " ispezionare ", cioe' osservare e rifflettere sulle proprie modalita' comportamentali disfunzionali, un adulto, un ragazzo e anche molti bambini spontaneamente si orientano verso soluzioni piu' simili a quelle che caratterizzano la visione del mondo degli individui considerati sicuri. Non sempre questo e' possibile, spesso occorrono degli anni. Spesso la prima reazione e' un irrigidimento ed una esasperazione delle conzioni precedenti, nel tentativo di autoconfermare il sistema conoscitivo in atto. Se i sistemi conoscitivi in atto all'interno di una stessa famiglia sono ormai disfunzionali ad un ambiente ormai mutato come accade ad esempio quando si forma una una nuova famiglia, oppure piu' semplicemente si attraversa un diverso periodo di vita nella stessa famiglia come il sopraggiungere dell'adolescenza, questo disadattamento diverra' piu' evidente. Lo stesso terapeuta non potra' essere neutro, inevitabilmente con le sue interpunzioni guidate dal modello psicopatologico di riferimento oltre che dalle propria visione del mondo,si soffermera' piu' su certi argomenti che su altri. A mio avviso la fondatezza della teoria adoperata facilita un cambiamento in tal senso. Se il genitore diventa consapevole e possibile che cambiera' atteggiamento ed e' facile che anche il suo bambino cambierà in tal senso, nonostante una resistenza iniziale con l'esacerbazione del proprio comportamentamento abituale e problematico , tendente ad evocare nel genitore la solita risposta in modo da confermare le proprie aspettative anche se disfunzionali. Nel bambino tale resistenza e' tuttavia di breve durata. Se il genitore comprende la rigidita' e automaticita' di certe interazioni e' facile che modifichi il proprio comportamento ed in poco tempo colga i primi segnali di cambiamento anche nel suo bambino e sia pertanto motivato a continuare la terapia. Questo inneschera' un processo di riorganizzazione che a andra' spontaneamente nella direzione del comportamento di attaccamento di tipo sicuro.

LA METACOGNIZIONE

Le capacita' metacognitive si sviluppano nei bambini non prima dei 4 anni di età (106). Questa capacita' puo' svolgere un ruolo importante sullo sviluppo successivo della personalita', soprattutto negli individui che strutturano un attaccamento di tipo ansioso. La capacita' di osservare i propri pensieri si sviluppa precocemente in molti bambini che hanno un attaccamento di tipo sicuro, anche se non in tutti. Si sviluppa tuttavia ancor meno nei bambini che hanno strutturato un attaccamento di tipo ansioso. Gli adulti che hanno avuto esperienze di rifiuto, carenze di cure o addirittura dei maltrattamenti durante la loro infanzia all'interno della propria famiglia d'origine, ma che ne sono diventati consapevoli e non sono pertanto ancora invischiati in relazioni conflittuali, o difesi dalla idealizzazione e dal blocco dei ricordi, grazie alla comprensione di quelle che possono essere state le difficolta' dei loro stessi genitori, strutturano di solito con i loro figli dei rapporti di attaccamento di tipo sicuro. Questi bambini esaminati tramite la " Strange Situation " sono indistinguibili da quelli i cui genitori hanno avuto un'infanzia serena. La Main nel suo manuale per la codifica del comportamento di attaccamento nell'adulto (40), per introdurre la scala per la valutazione delle capacita' metacognitive, cita il lavoro di Flavell del 1979 (107). La Main sostiene che in certi momenti un individuo puo' monitorizzare il proprio dialogo interiore per evidenziare eventuali contraddizioni logiche, pregiudizi personali erronei, errori di memoria. Questo monitoraggio metacognitivo quando si evidenzia all'interno di una Adult Attachment Interview suggerisce una continua consapevolezza sugli aspetti di distinzione tra apparenza e realta'. La capacita' di riflettere sul pensiero in corso, relativa ai processi di attaccamento e' considerata un indice di autonomia e sicurezza dell'attaccamento. E' interessante come questo monitoraggio metacognitivo descritto dalla Main sia paragonabile alle capacita' di " ispezione " che John Bowlby descrive parlando della coscienza (88). Main rifacendosi al lavoro di Forguson e Gopnik (108) descrive l'attivita' metacognitiva distinguendo : 1) Il riconoscimento della distinzione tra apparenza e realta' (AR). Cioe' la considerazione che le cose possono non essere cosi' come appaiono e che pertanto l'apparenza non e' mai certa. Forguson e Gopnik enfatizzano poi 2 particolari sottocategorie della distinzione AR: a) il riconoscimento della distinzione della diversita' rapresentazionale (RD). Per cui la stessa cosa puo' apparire in maniera differente a differenti persone; b) il riconoscimento della evenienza di un cambiamento rappresentazionale nel se (RC). " Quel che io penso oggi non lo pensavo ieri, per cui quel che penso oggi potrei non pensarlo domani. La Main attribuisce queste considerazioni al lavoro di Astington, Harris e Olson del 1988. (109). Secondo la Main ciascuna di queste competenze si sviluppa tardivamente durante la fanciullezza, per cui di solito i bambini al di sotto dei 4 anni di eta' non si rendono conto della diversita' rappresentazionale (RD) e neppure della evenienza di un cambiamento rappresentazionale all'interno del proprio se (RC). Main riferisce che per Chandler (110) un pieno sviluppo della mente secondo il modello costruttivista, con una completa comprensione delle distinzioni tra apparenza e realta' (AR) si manifesti soltanto nell'eta' adulta. Main ricorda che Flavell gia' nel 1979 suggeri' che il monitoraggio metacognitivo puo' essere impiegato per migliorare la consapevolezza sulla distinzione apparenza-realta' (AR). Main argomenta che un individuo che attivamente monitorizzi il proprio pensiero relativo alla propria storia di attaccamento ha maggiori possibilita' di rendersi conto che la propria conoscenza puo' essere incompleta ed incerta. Che per esempio quel che egli pensa di sua madre oggi, non e' lo stesso di quel che pensava ieri (RC), e percio' potrebbe essere diverso da quel che pensera' domani, o che quel che lui potrebbe dire di suo padre potrebbe essere diverso da quel che direbbero i suoi fratelli (RD).

UN PROGETTO PER LA PREVENZIONE DELLE FOBIE SCOLARI

In accordo con queste premesse e con l'intenzione di formulare un protocollo di intervento per la prevenzione delle problematiche inerenti con lo sviluppo dei modelli di attaccamento di tipo ansioso.Nel periodo compreso tra il 1990 e il 1993 ho esaminato un campione di 40 bambini di 1 anno di eta' tramite la metodica " Strange Situation " ed i loro genitori tramite la A.A.I. in un lavoro denominato " Progetto per la prevenzione delle fobie scolari ". Poiché si trattava di un progetto pilota ancora nella sua fase sperimentale mi sono limitato a fornire una consulenza ed una terapia in quelle situazioni in cui erano i genitori stessi a farne richiesta. Il lavoro si è concluso con la valutazione del comportamento di attaccamento negli stessi bambini e nei loro genitori in concomitanza con l'ingresso dei bambini nella scuola elementare, e percio' all'eta' di 6 anni. Su 28 famiglie convocate per il controllo 26 hanno aderito al programma. Due famiglie avevano cambiato residenza ed è stato impossibile contattarle. Le rimanenti 12 famiglie non sono state riconvocate per l'impossibilità di concludere il progetto che è stato finanziato soltanto in arte. Ho comunque potuto esaminare in maniera controllata rispetto ai modelli di attaccamento alcune interazioni che caratterizzano la relazione tra un genitore " dismissing " ed il proprio bambino " evitante ". Delle 40 famiglie esaminate all'età di un anno del bambino, 13 hanno richiesto una consulenza e in 8 casi si e' intrappresa una psicoterapia. 6 di queste 8 famiglie presentavano una situazione di " lutto non risolto nel genitore " e comportamento di attaccamento di tipo " disorganizzato/disorientato " nel bambino. Tutti i 6 casi " disorganizzati " avevano come sottoclassificazione un comportamento di attaccamento di tipo " evitante ". Questi dati benché esigui consentono alcune considerazioni. Hanno aderito al progetto, prevalentemente le famiglie caratterizzate da un pattern di attaccamento di tipo " sicuro " e per motivi opposti quelle famiglie ormai in crisi nel doversi confrontare con quei comportamenti di per se stessi preoccupanti che sono caratteristici dei bambini di un anno di età, caratterizzati da un comportamento di attaccamento di tipo " disorientato-disorganizzato. Le terapie intraprese sono state decisamente più brevi e soddisfacenti nelle situazioni di attaccamento " sicuro " e " disorganizzato\sicuro ", rispetto alle problematiche presentate dai genitori con diagnosi di comportamento di tipo " ansioso-evitante " o " disorganizzato\evitante ". Il modello psicopatologico proposto da John Bowlby, che si e' evoluto nel lavoro di molti altri ricercatori, contiene le premesse per orientare una adeguata strategia terapeutica coerente con tali premesse. Prendendo in esame una situazione in cui una madre abbia strutturato con il suo bambino un attaccamento di tipo " ansioso evitante " ho in precedenza delineato un ipotetico sviluppo della relazione interpersonale tra la madre ed il suo figlio. Di solito le madri " svalutanti l'attaccamento " chiedono aiuto solo quando cadono in uno stato depressivo. Data la loro autosufficienza compulsiva, correlata alla previsione che non verranno aiutate da nessuno in caso di difficolta', manifestano notevoli difficolta' all'idea di intrapprendere una psicoterapia. Tuttavia all'interno del progetto per la prevenzione delle fobie scolari, e soprattutto nel mio lavoro clinico e psicoterapeutico quotidiano, concomitante con tale lavoro di ricerca ma impostato secondo i medesimi presupposti teorici, la maggior parte delle madri " dismissing " si sono dimostrate prontamente disponibili a discutere certe problematiche che gia' all'eta' di 12 mesi del loro bambino sembravano caratterizzare il loro rapporto. Il paradigma dell'attaccamento presuppone che la emotivita' correlata alle dinamiche delle relazioni affettive sia in gran parte fondata su sistemi comportamentali di tipo biologico, ereditari e innati. La deriva epigenetica che tiene conto delle interazioni con l'ambiente, giustifica la fenomenologia che assume il comportamento di attaccamento nei bambini nel corso dello sviluppo. Il comportamento di attaccamento di tipo " ansioso-evitante " costituisce una " difesa ", un adattamento rispetto all'esperienza di venire accuditi da un genitore effettivamente " svalutante l'attaccamento ". Questo assunto e' dimostrato dal fatto che nei bambini " evitanti " di 1 anno di eta' nel momento del ricongiungimento con il proprio genitore si manifesta una tipica reazione neurovegetativa da stress. Durante una " Strange Situation " ad esempio, nell'episodio quinto che prevede il rientro del genitore nel laboratorio dopo che il suo bambino e' rimasto qualche minuto da solo, un bambino " evitante " manifesta un aumento del comportamento di esplorazione verso qualche oggetto della stanza. Si e' ipotizzato che la funzione di questo comportamento di eplorazione sia quella di sopprimere e contenere l'attivazione del suo comportamento di attaccamento, che altrimenti lo porterebbe a piangere e a cercare il contatto fisico con il suo genitore. Nei bambini con un attaccamento " sicuro " il comportamento di esplorazione non si manifesta mai quando e' contemporaneamente attivato il comportamento di attaccamento. I bambini sicuri spesso piangono non appena si accorgono che il loro genitore e' uscito dalla stanza durante una " Strange Situation " e piangono ancor di piu' nel momento in cui i loro genitori ritornano nella stanza, manifestando tutta la loro sofferenza fanno di tutto per farsi prendere in braccio e farsi consolare. I bambini sicuri riprendono ad esplorare soltanto quando si sentono tranquilli e sanno dove e' la loro figura di attaccamento. Il comportamento di esplorazione che in un bambino di 1 anno di eta' corrisponde al giocare, si accompagna ad un stimolazione di tipo vagale e comporta un diminuzione della frequenza cardiaca ed uno stato di calma. Nei bambini evitanti il comportamento di esplorazione che si manifesta nel momento del ricongiungimento risente ancora dello stress provato durante l'episodio di separazione e probabilmente ancor di piu' per l'aspettativa che il genitore non sara' disponibile nel vederlo piangere. Questi bambini cercano di calmarsi esplorando, ma si e' osservato che la modalita' con cui esplorano e' carente. L'espressione dei loro occhi in questi momenti e' stata definita " blind " cioe' " cieca ". Lo scopo per cui si impegnano in questa attivita' e' verosimilmente quello di spostare e sopprimere l'attivazione del loro comportamento di attaccamento, che comunque in loro si attiva prontamente, essendo sotteso da sistemi biologici e istintivi, ma che questi bambini hanno imparato a contenere in tal modo, in quanto hanno gia' strutturato i modelli operativi che prevedono che il loro genitore sara' piu' disponibile se loro non piangeranno. Anche i genitori dei bambini evitanti, orientati verso l'autosufficienza emotiva, di solito rifiutano di farsi aiutare a risolvere i loro problemi. Spesso sostengono di non aver nessun problema e probabilmente vivrebbero come un insuccesso il dover chiedere aiuto. All'interno del " progetto per la prevenzione delle fobie scolari " i genitori in difficolta' che hanno avuto piu' facilita' a chiedere un aiuto sono stati i genitori con un attaccamento di tipo sicuro, oppure quelli che avevano problemi cosi' grandi che non sapevano piu' che fare, come spesso accade nei casi in cui vi sia un pattern di tipo " D ". Ritengo che qualora si crei un clima favorevole in cui gli adulti " dismissing " possono esprimere il loro disagio, e' facile che emergano quelle problematiche di cui soffrono e si creino le condizioni per un cambiamento verso uno stato mentale di consapevolezza, che sembra essere la premessa fondamentale per poter interrompere la trasmissione transgenerazionale di questa modalita' relazionale. Per giunta i tipici genitori dei bambini " ansioso-evitanti " denominati dalla Main " svalutanti le tematiche dell'attaccamento " non sono consapevoli di esserlo. Si può evidenziare questa affermazione osservando le loro reazioni durante gli episodi di ricongiungimento della " Strange Situation ". L'esporsi al comportamento di evitamento del proprio bambino nei loro confronti, nel momento in cui eseguono la prescrizione della metodica, che gli richiede di attendere sulla porta per 10 secondi, in modo da poter evidenziare come si comporterà il proprio bambino, costituisce per molti di loro una sorpresa. Un comportamento di cui non si erano mai accorti. Questo in quanto per la reciprocità dell'interazione interpersonale, nei momenti di ricongiungimento da sempre sono stati anche loro impegnati nelle proprie dinamiche interne di evitamento.

Sonia, Paolo e Mario


Descrivero' adesso due casi che possono essere considerati paradigmatici delle problematiche cui va incontro un genitore con uno stato mentale di tipo " dismissing " nell' interazione con il proprio bambino " evitante " . Il primo caso riguarda una donna di 43 anni che fu' classificata alla AAI " Ds3 ". Cioe' il sottogruppo degli adulti " dismissing " che manifestano un comportamento di attaccamento di tipo evitante moderato e che in genere strutturano con il proprio bambino una relazione per cui all'eta' di 1 anno tale bambino esaminato alla strange situation manifesta un comportamento di attaccamento di tipo ansioso-evitante del sottotipo A2. I passaggi riportati sono tratti da annotazioni scritte dal terapeuta durante la terapia. E' abitudine del terapeuta scrivere di fronte al paziente le frasi considerate piu' significative, nello stesso modo in cui il paziente le riferisce. Questo all'interno di un setting di terapia cognitiva, che almeno nelle modalita' di conduzione e' paragonabile a quello definito " post-razionalista " da Vittorio Guidano (111). La metafora adoperata in terapia e' quella di paragonare il lavoro da svolgere insieme, come se il paziente potesse usare un video-registratore e la moviola per studiare con attenzione il proprio comportamento, i pensieri, le fantasie, i sentimenti, le sensazioni fisiche, i propositi e le azioni che accompagnano certe interazioni interpersonali o certi stati d'animo ritenuti problematici dal paziente stesso. Dopo le prime sedute e' facile che il paziente acquisisca migliori capacita' introspettive e possa procedere nell' esplorazione di ulteriori vissuti senza un particolare intervento da parte del terapeuta. Nel setting adoperato il fatto di scrivere certe frasi piuttosto che altre rappresenta una modalita' di interpunzione, paragonabile forse a certi ammicamenti che pare facciano anche gli psicoanalisti quando il paziente esprime qualche affermazione per loro significativa. Sonia è sposata da 12 anni, ha un figlio di 7 anni, che chiamero' Mario. Nella sua infanzia Sonia ha vissuto a casa dei nonni tra i due e i quattro anni di eta' a 30 chilometri di distanza dalla sua famiglia. In casa dei genitori viveva anche una zia poliomelitica, ed in seguito un'altra zia malata psichiatrica di cui non si parlava mai, era un segreto che fu' scoperto solo in seguito. Dopo l'eta' di quattro anni ogni estate Sonia tornava a casa dei nonni per tre mesi. Il padre mori' all'eta' di 70 anni, quando lei aveva 30 anni e viveva lontano da casa. La madre vive tuttora insieme alle due sue sorelle, una poliomelitica ed l'altra oligofrenica . Sonia ha una sorella piu' piccola di 2 anni. All'eta' di 18 anni Sonia ando' via da casa. Si e' poi laureata in pedagogia e all'eta' di 36 anni e' nato Mario . Ha aderito Al " Progetto per la prevenzione delle fobie scolari " nel 1991. La " Strange situation " del figlio Mario all'eta' di 12 mesi ha evidenziato un pattern di attaccamento ansioso evitante di sottotipo "A2". La AAI della madre effettuata nello stesso periodo ha evidenziato uno " stato mentale " di tipo " Dismissing " sottotipo " Ds3 ". In quel periodo Sonia si e' limitata a chiedere qualche notizia sulla teoria dell'attaccamento, che non conosceva. Per cui le fu' consigliato di leggere " Una base sicura " di John Bowlby. Anche il marito ha aderito al PPFS (Paolo) : ha praticato la Strange Situation quando Mario aveva 16 mesi, nel 1992 evidenziando un pattern di attaccamento di tipo " sicuro " con diagnosi B4. Alla AAI nel Gennaio 1992 Paolo fu' classificato con diagnosi F4. Dopo la scheda di adesione al progetto che prevedeva la somministrazione di queste due metodiche, Paolo chiese subito una consulenza e qualche consiglio rispetto alla sua intenzione di partire per un anno da solo ( paese 1), quando Mario aveva circa 18 mesi. In seguito alla consulenza decise di partire da solo 1 mese prima della famiglia che poi lo raggiunse. Hanno vissuto a (paese 1) per circa due anni dopo aver aderito al PPFS. Nel 1996 di nuovo in citta' il papa' chiede una consulenza e manifesta l'intenzione di iniziare una terapia. Dopo 2 sedute e' piu' tranquillo e interrompe. L'anno succesivo quando Mario ha compiuto 6 anni partecipano alla valutazione di chiusura del Progetto per la prevenzione delle fobie scolari. In tale occasione entrambi i genitori hanno ripetuto la AAI e la metodica per la valutazione del comportamento di attaccamento per i bambini di 6 anni di eta' secondo i criteri di Mary Main. Dopo qualche mese il papa' inizia una terapia che si conclude in 7 sedute. Successivamente Sonia inizia una terapia che si concludera' in 19 sedute. Mario e' nato a (paese 2) ma dopo 1 mese dalla sua nascita la madre stava male e sono tornati in citta'. Dopo due mesi il padre e' ripartito da solo per altri 3 mesi e poi di nuovo si sono ricongiunti tutti insieme per due anni a (paese 2). Sonia ha avuto il bambino all'eta' di 36 anni, per parto cesareo. Lo ha allattato per 9 mesi. Quando nacque Mario vivevano a (paese 2) e lei si sentiva trascurata dal marito. Pensava che il marito desse maggiori attenzioni al bambino che a lei e lei sentiva di ricevere maggiori attenzioni dagli estranei che da lui. Tornarono nella loro citta' d'origine (paese 3). Quando Mario aveva 3 mesi il marito parti' da solo per circa 3 mesi e Sonia ando' a vivere a casa della madre (paese 4), perche' la madre stava male e aveva bisogno di aiuto. Non appena la madre si riprese Sonia torno' a vivere da sola con il suo bambino (paese 3). Si riportano adesso alcuni frammenti dei discorsi di Sonia durante la terapia: " .. da sola mi sono subito organizzata, da sola funziono bene ! " Quando il marito torno' dopo 3 mesi, lo sentiva distante. Sonia si chiuse in se stessa e non voleva piu' parlare con lui. Faceva finta che lui non ci fosse. Dopo qualche tempo fu' presa dal dubbio che il marito avesse un amante. Cosa che lui stesso ammise in seguito. Era una amica comune. Da poco avevano acquistato una casa insieme. In quel periodo Mario aveva 9 mesi. Questa persona fu' anche ospite a casa loro e Sonia ebbe una depressione. " .. quando nel giugno 91 venne a casa nostra, ospite, io pensavo di controllarmi, come se niente fosse. Invece iniziai a non dormire, a non mangiare e a non avere voglia di accudire mio figlio. Non gli davo neppure da mangiare. Avevo un rifiuto totale. Mario aveva 9 mesi. Io mi sentivo incastrata dalla situazione. Mario dopo lo svezzamento che avenne in quel periodo, sputava il cibo che gli davo. Ci voleva molto tempo per farlo mangiare. Io avevo stizza. Mi sembrava che richiedesse troppo tempo ed io non avevo tempo per me. Quando poi e' cresciuto sono iniziati i problemi. Lui era molto vivace e aveva molto bisogno di stare attaccato a me. Questo non mi piaceva. Lui voleva stare in braccio a me, ma io volevo che lui giocasse per conto suo. Lo misi in un box, ma piangeva troppo ed il suo pianto mi dava fastidio. A volte lo prendevo, ma lui non si calmava ed io con stizza lo rimettevo nel letto. Lo accudivo con tanta fatica. La notte non dormiva e piangeva, io soffrivo d'insonnia. Se lo prendevo lui si irrigidiva, non voleva essere toccato, era difficile tenerlo in braccio. Lo dovevamo tenere in braccio per ore perche' si addormentasse e lui si svegliava ogni tre ore. Ogni volta era cosi'. Quando Mario aveva 18 mesi siamo partiti di nuovo a (paese 2). Io ero cosi' stanca che la notte quando lui si svegliava, io non mi alzavo piu'. Stavo cosi' male che non mi alzavo, pero' non dormivo lo stesso. Si alzava mio marito. Io mi alzavo alle 6 e dovevo guidare per 50 km per andare al lavoro. In quel periodo avevo un rifiuto per mio figlio. Sonia chiese un aiuto per riuscire a sentirsi un po' piu' serena in modo da non andare sempre in escandescenze sia con il bambino che con il marito. Sonia inizia la terapia perche' si lamenta del fatto che spesso perde la pazienza, urla e picchia il figlio. Soprattutto quando e' piu' stanca, non sopporta che il figlio non faccia subito i suoi doveri. Si accorge che dopo questi litigi sta peggio e anche il figlio ne risente. Si e' accorta che dopo la nascita del figlio piange piu' spesso e prova molta angoscia che in passato non aveva mai provato. " ho notato che quando faccio uno sforzo per capirlo e non mi arrabbio, la cosa si sistema ". " quando eravamo a (paese 2) io lo picchiavo e gli davo degli forti sculaccioni. Per almeno 1 mese da che siamo partiti e' stato orribile, poi mi sono contenuta, pero' stavo male ". " io pensavo di non essere capace di accudirlo, di occuparmi di lui. Avevo voglia di andare via e stare da sola. Pensavo di scappare e lasciare mio figlio con mio marito ". " io in Mario vedo le cose piu' brutte di me, in molte occasioni e sto male. Specie quando vedo che dice No ! ed e' testardo e cocciuto, cosi' come a volte lo sono io " " quando succedono questi disastri in famiglia mi viene come un blocco allo stomaco. Quando mi sento cosi' a volte mi dico - adesso basterebbe che io tendessi una mano e le cose sarebbero risolte ! - Invece no ! La mano resta ferma. E' come se volessi farmi male e facendo male a me poi faccio male pure agli altri. A volte riesco a fare un gesto di rapacificazione e mi accorgo che quando mi comporto cosi' sto meglio io e pure gli altri ". Domenica mattina mi sono alzata presto. Se e' bel tempo sappiamo che faremo una bella gita in campagna. Era bel tempo per cui ho pensato che saremo usciti. Ho fatto le mie cose, cercando di non svegliare nessuno. Erano le 7,00 e loro dormivano. Di solito mi alzo alle 6,00. Ero tranquilla. Alle 10,00 si sono svegliati. Mario era determinato nel voler andare la mattina al .... e nel pomeriggio al luna park. Mi andava bene. Alle 12,00 ero pronta per uscire, loro non ancora. Paolo propone che dato che era tardi era meglio pranzare a casa e poi andare in campagna. Mario era d'accordo, io pure, anzi preferivo. Alle 13,30 Mario era ancora in pigiama e non avevamo ancora pranzato. Ho perso la pazienza e l'ho sgridato " che si vestisse se voleva andare ". Mario ha lanciato il pigiama in aria ed ha iniziato a saltare sui letti perche' era eccitato all'idea di uscire. Era contento e si e' vestito. A tavola: Mario- devo avere la febbre ! vado a misurarmi la temperatura. io- gli metto una mano in fronte incredula, non era caldo. Mario- si alza, prende un giornaletto di topolino e lo porta a tavola, chiedendo di poter leggere mentre mangia. io- provo rabbia e dico secca " No ! a tavola nessuno di noi si comporta cosi', neppure tu lo puoi fare " si tratta anche di avere un minimo di rispetto per noi genitori e le persone in generale. Gli ho detto che noi non ci comportiamo mai cosi' ! si crea tensione. Mario- si adira e urla che lui lo fa, punto e basta ! Batte i pugni sul tavolo e urla Paolo - media, dicendo che avrebbe potuto leggere dopo, che non andava bene leggere mangiando. Mario- si ! Paolo- No ! alla fine Mario poggia il topolino vicino, dietro la sua sedia e spazientito accetta " allora mangio " Il pranzo avviene sereno. Io nonostante l'incidente sembrasse per loro dimenticato mi sentivo molto nervosa. Avevo voglia di schiacciare le cose con le mani. Ero tesa per tutta la durata del pranzo. Penso di aver detto qualche battuta risentita, non ricordo. Mi sono controllata anche se avevo il groppo allo stomaco. Ho rivisto la mattinata ed ho pensato " ecco, finisce sempre cosi' ! si cerca di mediare e poi si arriva sempre a questo dunque. Succede un fatto in piu' per cui io non riesco piu' a mediare: tutta la mattina ho tergiversato. Gia' durante la mattina piu' volte discutevo tra me e me l'evoluzione della mattinata e piu' volte mi sono trattenuta dall'intervenire. Questi bambini che corrono sempre ! non va bene per loro che si comportino cosi' ! Che debbano sempre correre, non va bene ! Hanno altri tempi e ritmi e soprattutto Mario vuol sempre giocare con le sue cose. Siamo noi adulti che gli imponiamo certi nostri impegni e non li lasciamo in pace per giocare come preferiscono ! Quando pero' Mario ha portato il topolino a tavola e pretendeva di leggerlo ho pensato " Noi non ci comportiamo cosi' con lui! lo rispettiamo sempre ! " oltre che rabbia ho provato anche rancore verso Mario. Tutta la mattina sono stata possibilista e comprensiva con lui, ma alla fine si deve comunque bisticciare, meglio sarebbe stato bisticciare subito. Tanto per riuscire a risolvere qualcosa, qualsiasi cosa, bisogna sempre arrivare ad uno scontro ! Dopo pranzo. Paolo- be' ... Mario andiamo ? Mario- voglio giocare con il play-mobil. io non ho reagito ma ho fatto capire a Paolo " adesso ci provi tu ! " Abbiamo fatto il caffe' e preso un po' di tempo . Io mi sono messa a leggere ormai arresa, pensavo che non si sarebbe piu' andati in campagna. alle 15,30 paolo - Mario andiamo ! si fa tardi. andiamo in campagna, se non vieni adesso io esco solo per farmi un giro in bici ! io - vai a farti un giro, almeno tu esci. rivolta a Mario " tu giochi ancora e poi andiamo a casa di Olga ". Mia cognata dove so che lui va volentieri e pure a me va bene. Mario - no, voglio andare anche in campagna, poi pero' andiamo anche da Olga. Mario propone gite improbabili in posti lontani io mi chiudo e mi metto a letto sotto le coperte e non ho piu' parlato. Pensavo " non e' possibile che ci roviniamo le poche giornate che abbiamo " Avevo voglia di piangere ma non l'ho fatto perche' non volevo che Mario mi vedesse. Mi consolo pensando che avrei stirato e fatto le altre cose che non mi piace fare. " Cosi' mi realizzo ! " Paolo - allora andiamo in campagna io - dal letto " No! io non vado da nessuna parte, secca. Paolo - andiamo qua vicino, invitandomi. io - No ! irremovibile. Penso " e' meglio che non vada perche' adesso per una piccola fesseria so che magari sbotto malamente con Mario e non voglio. Loro uscendo parleranno, a loro passa e si divertono. Se vado anch'io so bene che divento cattiva e gli rovino la giornata pure a loro ". Dopo che loro sono usciti mi sono alzata ed ho stirato, aggiustato calzoni di Mario e fatto altre cose orribili. Cose che avevo accumulato da 4 mesi. Non mi succedeva da molto tempo di dirmi frasi del tipo " ecco, brava, quello che servi e' fare la serva ! " me lo dicevo piangendo mentre stiravo. Mi succedevano cose simili piuttosto spesso quando Mario era molto piccolo. Cose simili mi sono successe solo dopo che e' nato Mario prima mai. Loro sono tornati verso le 18,30 ed erano felici. Io stavo male ma non lo davo a vedere. Prima che uscissero, quando io ero a letto Mario e' venuto a salutarmi e mi ha dato un sacco di baccetti al suo solito modo. Io ero combattutta. Da una parte volevo essere gentile, pero' volevo essere lasciata in pace, perche' stavo male e non volevo che lui vedesse che stavo male. Non volevo che mi vedesse piangere per cui l'ho rifiutato. Pensavo anche che lui mi dava bacetti perche' si sentiva responsabile e si voleva far perdonare. Poi pero' ho pensato che Mario stia iniziando a pensare che io sto male perche' lui si comporta male. E questo non mi piace. Tutto il Lunedi' ho avuto pensieri simili e mi sono ricordata che pensieri simili mi facevano stare male quando ero piccola. Mi arrabbio sempre e poi mi sembra che quando Mario fa certe scenate, fa esattamente quello che faccio io. Ho notato che ci assomigliamo molto. Ho notato che lui e' molto deciso. Mi sembra che quando io mi adiro con lui, di solito lui si sta comportando in quello stesso modo in cui mi comporto io, che e' il mio modo di comportarmi che non mi piace di me. Mi sono accorta che in certe situazioni di tensione, se io riesco a non fare la dura, a non essere rigida, le cose si risolvono facilmente. Se invece mi faccio prendere dallo schema pattuito, cioe' dal mantenere il programma previsto per il giorno e cerco di tenerlo fermo a tutti i costi, succede un disastro. Io in Mario vedo le cose piu' brutte di me, in molte occasioni e sto male. Specie quando vedo che dice di no ed e' testardo e cocciuto cosi' come a volte lo sono io. Adesso che sto cambiando con Mario va molto meglio. Un anno fa stavo cosi' male che pensavo di farla finita. Oggi Mario ha fatto i compiti prima che io arrivassi a casa, con l'aiuto di mio marito, per farmi una sorpresa. Siamo andati in una casa di campagna dove c'era una televisione. Noi non abbiamo la TV a casa. La mattina ho notato che Mario si e' buttato giu' dal letto per guardarla. Ho subito provato rabbia ed un nodo allo stomaco, pensando che e' assurdo che la prima cosa che pensa quando si alza e' quella di andare a vedere la TV. Siamo in campagna in un bel posto ed invece di correre fuori in cortile si accende la TV. Noto che ha il telecomando in mano e provo ancora rabbia pensando " questi cambiano canale di continuo e non si fermano per niente. Adesso vado e stacco la spina. No ! non lo faccio perche' devo anche rispettare i suoi bisogni. Se anche non la penso come lui devo trovare un modo piu' adeguato per farglielo capire. Poi so bene che se gli impongo qualcosa lui non ubbidisce, anzi e' peggio ! " Poi ho notato che stava guardando un film di Lassie ed ho provato simpatia. Mi sono ricordata che lo guardavo pure io e mi piaceva molto. Poi mi sono ricordata le lotte che facevo con mia madre perche' io potessi andare dai vicini a guardare la TV. Mia madre tendeva a non farci andare per non disturbare i vicini. Io stavo male. In seguito ne ho parlato con mia madre, ma lei ricorda che io non ero testarda come mia sorella. Dice che io ubbidivo, e mia sorella scappava. Poi mia madre mi ha chiesto " ma quando Mario piange tu non lo butti mai sul letto ? " facendo il gesto di scagliarlo . Quando noto che Mario fa qualcosa di sbagliato io gli faccio sempre le prediche. Paolo dice che non gli devo fare ogni volta tutta la tiritera e penso che abbia ragione. Mario da sempre si tappa le orecchie con le dita quando io gli faccio la predica. Ho pensato che quando recito la tiritera e' mia madre che sta parlando. In queste cose sono durissima e dopo sto male perche' penso di aver ecceduto, vedo tutto negativo e mi do dell'incapace, che rovino i miei rapporti con gli altri e mi crolla il mondo addosso. In questi momenti io mi sembro mia mamma e la cosa non mi piace neanche un po'. Da adolescente ho sempre pensato " quando compiro' 18 anni me ne vado da casa e penso a me da sola " Era il fatto che mia madre quando si arrabbiava, aveva una arrabbiatura enorme a cui seguivano delle crisi che adesso penso fossero di depressione. Lei si chiudeva, non parlava, non mangiava anche per una settimana di seguito, forse anche di piu'. Tra noi non c'era piu' nessun dialogo. Io pensavo che lei metesse in atto dei ricatti per cui non volevo cedere. Questo durante l'adolescenza, prima non ricordo.
In occasione della valutazione del comportamento di attaccamento compiuta a 6 anni Mario ha eseguito il disegno della famiglia.

Si possono evidenziare notevoli tratti di idealizzazione come il sorriso identico in tutti i personaggi e delle lunghe mani sollevate verso il cielo che denotavano un attaccamento di tipo evitante, evidenziato del resto gia' nella " Strange Situation " eseguita all'eta' di 1 anno, e nel ricongiungimento analizzato in laboratorio all'eta' di 6 anni, nonche' nella prima AAI somministrata alla madre all'inizio del progetto. A conferma di queste considerazioni la madre mi dice che quando lei rientra a casa e poi va in camera di Mario per salutarlo, lui non la guarda ma continua a fare quello che stava facendo. Tuttora quando io rientro a casa all'inizio indugio un po'. Poggio la borsa, tolgo la giacca, prendo tempo e poi vado a salutarlo in camera sua. Anche lui si guarda bene dall'essere subito disponibile con me. Quando sono in difficolta' con lui gli dico " arrangiati ! ". Molte sue cose mi piacciono molto. Ad esempio lui si organizza molto quando io non ci sono. Adesso che c'e' mia madre a casa lei me lo dice che Mario gioca molto per conto suo. Mia madre mi ha raccontato che quando io la chiamavo, lei non veniva subito, che io la chiamavo tanto ma lei non veniva. In questi giorni in presenza di mia madre Mario urlava perche' non voleva fare i compiti. Mia madre e' intervenuta " noi non vi abbiamo mai aiutato ! " Le ho risposto " lo so ! " e lei c'e' rimasta male, ma ha risposto " voi avete sempre fatto i compiti da soli. Non ci sono mai stati problemi ". Ultimamente mi guardo molto di piu' e questo mi aiuta a controllarmi con alti e bassi. Mi sento stanca. Adesso e' evidente che Mario scatta cosi' come mi comporterei io in situazioni analoghe. Di fronte ad una negazione netta lui fa scenate, se invece medio lui ubbidisce molto di piu' " Prima ero molto piu' rigida, quando avevo deciso una cosa si doveva fare cosi'. Altrimenti mi adiravo molto ed era la guerra tra me e Mario. Io so che se una cosa non mi piace la devo fare per forza solo imponendomelo. Io faccio cosi' per me. Specie per le cose che non mi piacciono sono molto piu' severa con me stessa. Proprio quelle le devo fare subito, altrimenti so che poi non le faro' piu'. Prima il dovere e poi il piacere. Dai 18 anni in poi ho vissuto con altri amici. Per cui quando notavo le cose trascurate da altri, ad esempio in cucina, questo mi dava molto fastidio, ma lo controllavo. Non ho mai avuto litigi per questi aspetti. Quando era il mio turno gia' allora facevo tutto subito. Quando gli altri trascuravano provavo fastidio ma sopportavo. La cosa piu' strana e' che a casa di mia madre, lei non mi faceva mai fare niente, faceva tutto lei. Non mi faceva mai fare, dicendo che lei faceva meglio di noi. A noi sarebbe piaciuto aiutarla ma lei non voleva. Lei faceva la pasta in casa. Se noi eravamo in casa, non potevamo neppure avviccinarci, perche' sporcavamo toccando la farina ecc. Poi trovo' il sistema di farla in nostra assenza. Io pensavo " ecco arrivo sempre in ritardo, non faccio mai in tempo ad esserci quando succedono le cose importanti " pensavo che mia mamma era cosi' brava e cosi' veloce e io invece arrivavo sempre in ritardo. Mi chiudevo e mi sentivo triste per il mio essere in ritardo. A casa mia era gia' tutto predisposto ed a posto e noi non dovevamo fare niente. A me non piaceva il suo modo di farmi il letto e dai 13 anni in poi io lo disfavo e lo rifacevo. Lei si adirava molto e diceva urlando che non c'era bisogno di rifarlo. Poi mi spostavo i mobili della mia camera come volevo io. Lei si adirava molto e diceva che non andavano bene, che non erano ben messi. Io non seguivo il suo schema. Avevamo il divieto assoluto di piantare chiodi alle pareti e appendere cose. Ancora adesso mia madre e' cosi'. Vede Mario come uno che le da fastidio, che le impedisce di muoversi, che fa schifezze ecc. Ancora adesso quando arrivo a casa sua tutto e' gia' fatto. Perche' lei si alza alle 6 del mattino e prepara tutto. Io arrivo e sto male perche' non ho nulla da fare. Non e' possibile aiutarla in niente. Mia madre mi ha raccontato che lei doveva fare tutto, dalla farina, macinare il grano, poi fare il pane. La madre era depressa, spesso malata e non faceva nulla. Poi era supercritica verso tutto e tutti. Mia madre mi ha raccontato di aver sofferto molto. Lei la giustificava, io invece non la sopporto. Mia madre riesce ad essere molto comprensiva con la madre, io no. A me dispiace di non riuscire a trovare un pensiero felice verso di lei, io mi chiudo ancora perche' mi vengono sensazioni tristi. Mi dico " guarda come sono negativa ! " e mi deprimo. Mi dico che non funziono o che funziono in un modo che non mi piace. Io spesso mi sento inadeguata e poi sto male. L'altro giorno ho accompagnato Mario a scuola dopo che e' stato assente. Volevo spiegare alla maestra il motivo della assenza e sono entrata in classe con in mano il certificato del medico. La maestra era indaffarata con la classe in subbuglio. Ho avvertito come un blocco allo stomaco e ho provato ansia. Avrei voluto dirle che avevamo lavorato un po' a casa nonostante l'assenza. Ma mi sono subito detta che non era quello il momento adatto per dirle queste cose. Ho farfugliato qualcosa del tipo - ci vedremo uno di questi giorni , all'uscita e' piu' facile ! " Ho cercato lo sguardo della maestra tenendo il certificato medico teso verso di lei per almeno 5 secondi. La maestra l'ha preso ed ha aiutato Mario a togliersi la giacca. In quell'attimo ho approfitato per salutare e togliere il disturbo sentendomi invadente. Andando via mi sono detta cose del tipo " non sono capace di rapportarmi con gli altri. Adesso la maestra si scoccera' con me ! Non riusciro' piu' a parlare con lei. Perche' lei avra' ormai un'immaggine negativa di me, non piu' recuperabile, sono una stronza ! ". Ho avuto la sensazione di aver sbagliato tutto. Non e' il momento adatto ! avrei fatto bene a dare il certificato a Mario e non entrare in classe. Magari sarei dovuta andare all'uscita per parlare con la maestra. Ho sbagliato ! Non sono riuscita a prevedere che questa maestra e' disponibile all'uscita. Ho visto che all'uscita lei spesso si ferma a chiaccherare con le mamme. Me l'ha detto anche Paolo, una volta all'inizio dell'anno. Sono tornata a casa e mi sono messa a lavorare sodo, per non pensare al fatto di essere una pessima madre. A fine giornata sono andata a riprendere Mario. La maestra mi ha fatto un gran sorriso. Io avevo l'ansia e lo stomaco chiuso. Mi dira' che non e' il caso che io lo accompagni piu' dentro alla classe la mattina. Ho evitato di parlare con lei che sembrava disponibile. Avevo paura che si vedesse che non mi sentivo a mio agio. Quando succedono cose simili di solito mi chiudo e mi deprimo. Anche nei giorni successivi piu' volte ho ripensato a questo fatto e mi sono detta " non avrei assolutamente dovuto comportarmi in quel modo ! ". Vedevo la maestra che pensava " ma questa cosa vuole ? non lo sa che a quest'ora c'e' lezione ? ". Il mio rapporto con gli altri e' terribile ! Adesso che mi sto guardando sto vedendo cose che davo per ovvie e scontate. Mi sono osservata ai giardinetti quando accompagno Mario. Ho notato che devo avere o un giornale o un libro per non parlare con le persone che potrei incontrare li. Se uno mi vede che leggo, pensa che io non voglio parlare, come in effetti e' ! Pero' non mi sono piaciuta perche' ho pensato che il mio e' un atteggiamento di chiusura nei confronti degli altri. Arrivata ai giardinetti ho visto da lontano le mamme, sedute di spalle. Ho fatto un lungo giro perche' non mi vedessero arrivare, cosi' che io potessi sedermi per conto mio, a leggere il giornale in pace. Cosi' ho fatto. Pero' mi son subito detta " in fondo non e' corretto che io faccia finta. Potevo dire " buongiorno " e andare a sedermi in disparte. Invece mi sono defilata e non mi e' piaciuto. Sono le mamme degli amici di Mario. Io posso anche non condividere certe loro cose, ma Mario puo' accorgersi che non ho voglia di salutarle. Noi diciamo sempre a lui di salutare quando va via, e poi diamo il cattivo esempio. Mentre pensavo queste cose arriva Mario di corsa e urla " c'e' la mamma di Pietro ! " Io sollevo la testa dal giornale e dico " ohhh siii ! ". Guardo verso di lei che mi sta guardando a circa 100 metri di distanza e la saluto con la mano. Mi sono sentita un'ipocrita, colta in fallo da Mario. Non e' bello ! non e' un bel comportamento il mio. I bambini queste cose le vedono. Con qual coraggio io d'ora in poi potro' chiedergli di essere gentile con le persone ? E poi Mario mi vede cosi' ipocrita e se lo pensa avra' ragione ! - Rispondo a Mario " si poi mi avviccino a salutarla, vai, vai a giocare al pallone ! Avevo lo stomaco chiuso e stavo male. Dentro di me avevo come un dialogo tra due persone: da una parte mi dicevo " io non ho voglia di parlare con questa donna. Voglio leggere il giornale. Questa tizia mi annoia, la conosco, non ho voglia ! " subito l'altra parte replicava " si ma io non ho mai fatto alcuno sforzo per cercare con lei qualche argomento di conversazione ". Ho ricordato che con lei io applico un ascolto passivo evasivo. Nel senso che ascolto ma non replico. Siamo diverse. Nel frattempo la mamma di Pietro mi si e' avviccinata ed ha iniziato ad investirmi dei suoi problemi che io sento molto lontani e non condivido. Non sapevo piu' come liberarmi dallo stare a sentirla, fino a che ho visto la mamma di un altro bambino, con cui mi trovo piu' a mio agio, e l'ho piantata la, scappando dalla madre di Paolo. Poco dopo stavo gia' male. Avevo un nodo allo stomaco, mentre mi dicevo " io so quanto Mario ci tiene a giocare con Paolo. Con questo mio comportamento finira' che la madre gli proibira' di vedere Mario e non lo mandera' piu' a casa. Avrei dovuto trovare una formula piu' gentile per spiegare il mio punto di vista alla madre di Paolo senza offenderla ". Ho ricordato quanto avevo sofferto una volta che mia madre mi impedi' di continuare a frequentare una mia amica piu' grande che conoscevo da anni. Mi rendo conto che il problema sono io e dopo che non mi piaccio mi comporto ancora peggio sia con Mario che con mio marito. Adesso che un po' sto cambiando, che sono meno rigida con Mario va molto meglio.

Alcune considerazioni cliniche.

Sonia ha accentuato i suoi tratti " evitanti " in concomitanza con l'allontanamento sia fisico che affettivo del marito, avvenuto subito dopo la nascita di Mario. Mario e' stato classificato alla " Strange Situation " insieme al suo papa'" B4 " all'eta' di 16 mesi. Paolo e' stato classificato tramite la A.A.I. " F4 ". Padre e figlio presentano pertanto un pattern di attaccamento di tipo " sicuro " con tratti di tipo " ansioso-resistente ". Questa situazione evidenzia come uno stesso bambino possa manifestare contemporaneamente un comportamento di attaccamento di un particolare tipo con un genitore ed un pattern completamente differente con l'altro genitore. Queste valutazioni mi hanno consentito di intervenire secondo i principi teorici della teoria dell'attaccamento sulle problematiche relazionali di questi genitori. Soprattutto la conoscenza del modello psicopatologico proposto dalla Main nel suo manuale per la valutazione dello stato mentale relativo al comportamento di attaccamento degli adulti e' stato fondamentale per orientare la discussione di particolari tematiche piuttosto che di altre, per favorire una risoluzione delle problematiche relazionali verso il modello di attaccamento di tipo sicuro. Le diagnosi dell'attaccamento effettuate hanno permesso di evidenziare come anche i conflitti relazionali possano essere sottesi da problematiche individuali di entrambi i genitori. Nel papa' di Mario si sono evidenziate delle problematiche di tipo fobico-ossessivo compatibili tuttavia con un atteggiamento di base di tipo " sicuro " rispetto alle tematiche dell'attaccamento. Il motivo principale che ha spinto questo genitore a chiedere la prima consulenza dopo aver aderito al " progetto per la prevenzione delle fobie scolari " riguardava alcune sue preoccupazioni rispetto agli effetti che avrebbe potuto avere sul rapporto con il figlio un suo imminente viaggio da solo per un periodo di un anno. In seguito ha chiesto ulteriori incontri per la preoccupazione di strutturare con il proprio bambino una relazione conflittuale. Gia' in occasione della AAI del padre si e' evidenziato come lo stato mentale del padre fosse maggiormente conflittuale nella relazione col padre. Si e' imposta subito per la sua autoevidenza una correlazione tra una separazione dal proprio padre che parti' per motivi di lavoro per qualche anno quando Paolo era piccolo, e la sua richiesta iniziale di poter partire da solo per un anno. All'interno dell'analisi delle problematiche che caratterizzavano il rapporto tra Paolo ed il suo bambino e' emerso in seguito il tema del controllo dei sentimenti ed in particolare dei sentimenti di rabbia che Paolo provava nei confronti di Mario, quando Mario non si comportava in un modo adeguato. Anche Sonia ha chiesto un aiuto perche' si sentiva sovrastata dai suoi sentimenti di rabbia, ma il significato che lei attribuiva a questi suoi comportamenti era piu' coerente con il pattern evitante e sfociava verso la depressione. Per Sonia era la prova della propria inefficienza come madre e come persona. Per Paolo le emozioni che lo disturbavano nel rapporto con Mario erano vissute come una cosa strana che non riusiva a capire rispetto alla sua visione ordinata del mondo. Paolo restava insonne, ossessionato da mille dubbi per poter risolvere questo problema. Anche le dinamiche relazionali tra i due genitori, che hanno scatenato lo stato depressivo in Sonia possono essere lette alla luce della conoscenza dei differenti " patterns " dei due genitori: Paolo un po' fobico si distacca quando nasce il bambino, quando cioe' la loro relazione si fa piu' stretta. Sonia " evitante " e' autosufficiente, apparentemente permissiva e incurante di precedenti scapatelle del marito, tuttavia si deprime quando lo sente lontano nel momento in cui lei e' piu' fragile. Sonia reagisce al solito modo irrigidendo la sua autosufficienza, pensa di abbandonare marito e figlio e scappare lontano, ma nel nuovo status di madre non ci riesce e si deprime sempre piu'. La terapia in questo caso e' stata condotta in parallelo, con un setting individuale per entrambi i genitori. Cosi' come in altri casi di genitori caratterizzati da patterns di attaccamento analoghi a quelli descritti per Sonia e Paolo, i coniugi si sono alternati nei tempi in cui manifestavano il loro bisogno di aiuto. Si e' verificato in differenti terapie che quando seguivo particolarmente uno dei due genitori, l'altro come per tacito accordo non ne aveva bisogno. Questa danza si e' ripetuta piu' volte all'interno della stessa terapia e con differenti coppie. Il contratto individuale e' stato fondato su un aiuto per cercare di descrivere e comprendere i problemi che avevano. La presa di coscienza delle personali problematiche discusse separatamente da ciascun genitore con il medesimo terapeuta, secondo i principi della terapia cognitiva integrata dalla teoria dell'attaccamento e' stata in generale valutata positivamente dalle persone seguite.

ROSA E DIEGO: UN BAMBINO DISORGANIZZATO ESTREMAMENTE EVITANTE

Descrivero' adesso un secondo caso relativo alle problematiche cui va incontro una madre che presenta un pattern di attaccamento di tipo " disorganizzato-evitante". Anche il papa' esaminato quando il bambino aveva ormai 6 anni ha manifestato uno stato mentale di tipo " Dismissing "(112). La signora che chiamero' Rosa aderi' al progetto per la prevenzione delle fobie scolari nel 1991. E' la quarta di cinque figlie. Il padre mori' che lei era bambina. La madre e' pensionata. La signora Rosa chiese la mia cosulenza soltanto nell'Agosto del 1994, quando il suo bambino aveva ormai 3 anni e mezzo, dopo aver praticato una terapia familiare ed una individuale. Ha avuto un buon aiuto da queste terapie, pero' non era contenta,e ricordandosi di aver aderito al progetto di prevenzione per le fobie scolari ha richiesto la mia consulenza. Da allora abbiamo avuto circa 50 incontri. La signora Rosa si lamenta del comportamento del suo bambino, che chiamero' Diego. Dice che ha un forte spirito di contraddizione e che se lei dice una cosa lui fa esattamente il contrario. Ad esempio quando stanno per uscire e sono sulla porta, lui perde tempo, si mette a giocare e scappa lontano. Per lavarlo ci vuole come minimo 1 ora. Per ogni cosa va a finire che lei deve urlare e dargli uno sculaccione. E' preda del dubbio se sia lei responsabile dei comportamenti del figlio, oppure sia il bambino troppo vivace, oppure c'entri il comportamento del marito dal quale si sente poco aiutata. Vorrebbe un rapporto piu' equilibrato con il figlio e si rammarica di dover sempre urlare. " sono stanca della mia rabbia e di avere questo rapporto con lui. Per qualsiasi cosa devo fargli paura e adesso appena muovo la mano lui ha paura di me " " io l'ho sempre odiato un rapporto simile. Io questo non lo volevo, ma questo e' quello che si sta creando. Io a casa mia sono stata viziatissima ! mia madre non mi ha mai neppure sgridata. Se potessi in certi momenti lo pesterei. Ho questa rabbia in corpo. Una volta l'ho pestato con la ciabatta, con rabbia, davanti a mia madre. " Quando esco sola con lui, lui mi scappa da tutte le parti e arrivo sempre a doverlo picchiare per ottenere quello che voglio. Mi viene il dubbio " sto sbagliando ? cosa devo fare ? " Quando mi arrabbio non ci vedo piu' e poi penso che mi arresteranno o chiameranno il telefono azzurro " Una volta gli ho detto " ti ammazzo ! " Anche lui adesso mi imita e mi dice le stesse cose." Ogni volta e' un dramma:l'altro giorno dovevo uscire per andare in un ufficcio che chiudeva alle 12. Ho iniziato a vestirlo alle 10,45. Alle 11,30: Io) Diego e' tardi ! guarda che non ti aspetto ! D) voglio un gioco ! IO) prendilo usciamo ma dimentichiamo la borraccia. in auto: D) mamma ho sete ! ( lo ripete piu' volte con insistenza ) IO) divento nervosa e con il tono di voce che se fosse risalito su io sarei partita senza di lui : " va bene! vai su e bevi ! D) ma tu mi aspetti ? IO) certo che mamma ti aspetta ( ironica ) Parcheggio di nuovo, Diego scende dall'auto e lo accompagno alla porta. Busso da giu'e affido Diego per le scale a mia madre che apre la porta. D) mi aspetti ? IO) urlo adirata " ti ho detto di andare a bere ! " Diego mi guarda piangendo e spaventato e dice " si vado " come va su chiudo il portone e vado via. Parto arrabbiata ma dopo 5 minuti mi ritorna in mente la voce di mia madre che urla nelle scale " poverino, le fa male cosi' al bambino !" Sto male ! penso che forse ha ragione mamma. L'ho trattato male e l'ho pure imbrogliato, non avra' piu' fiducia in me ! " Ritorno a casa senza fare piu' la commissione. Nelle scale sento che sta piangendo. " lo sapevo ! " Entro in casa mi avviccino a Diego e lo abbraccio, lui mi abbraccia forte, piangendo piu' forte. Ho cercato di cambiare un po'. In Agosto siamo andati in ferie e ho notato che Diego e' diventato piu' esigente e prepotente che mai. Non mi piace la sua prepotenza. Ho notato che usa gli stessi atteggiamenti e le stesse frasi che dico io quando sono arrabbiata. Mi chiedo come mi devo comportare. Ho notato che adesso che lo picchio di meno io e mio marito che lo picchia di piu'. Con lui in spiaggia : Ho mosso un dinosauro in un certo modo. Diego inizia ad urlare con rabbia e distrugge tutto, buttando tutto all'aria urlando " non voglio ! Non dovevi muovere cosi', ma cosi' ! non voglio piu' giocare ! " Digrignava i denti per la rabbia. In casa per dargli le vitamine: IO) diego bevi non e' amara ! D) no, no, insisto D) no, no. Tappandosi il naso. IO) nervosa. " mo te lo tappo io il naso ! almeno tenta. Se e' amara mamma non te la da . D) no ! lo prendo per il naso cercando di fargli inghiottire la medicina. Lui si agita e la medicina finisce su i suoi vestiti. D) piange " ecco adesso sono tutto sporco ! " IO) l'ho sgridato e gli ho dato uno sculaccione " Non ti dovevi comportare in quel modo " D) io ti picchio ! IO) gli ho dato un'altro sculaccione e Diego si e' messo in un'angolo a piangere IO) non gioco piu' con te ! lo ho lasciato piangere per 10 minuti, nel frattempo mi stavo cambiando perche' era tardi. Diego piangeva di continuo. Io mi vestivo e pensavo " gli servira' da lezione, cosi' impara a non essere cosi' testardo ed a non avermi dato retta. Se lui avesse preso subito le medicine non gli avrei fatto queste cose. Ben gli sta ! " Diego continua a piangere disperato. IO) penso " e' un bambino che deve rimanere da solo. Se io gli inculco la paura di rimanere da solo, quando poi ci sara' la neccessita' lui si rifiutera' ! Avendo i genitori che lavorano entrambi quando capitera' che dovra' stare solo non deve aver paura ! meglio che non lo spavento, altrimenti poi avra' paura in futuro. Piu' volte dopo la morte di papa' mi e' capitato di restare sola in casa. Ricordo che provavo terrore. L'ho provato sino a quando poi mi sono sposata. Stavo malissimo, ferma in un angolo ad ascoltare i rumori. Mi muovevo meno che potevo. Quando sono arrabbiata e mi accorgo che Diego ha paura di me invece di calmarmi mi arrabbio ancora di piu'. Questo mio atteggiamento mi spaventa. E' per questo che chiedo la terapia. Mi sento un mostro, mi sento in colpa. Diego fa un lavoro sottile fino a che io cedo e scatto " basta ! " Lui ha terrore di queste mie urla. Io ne faccio uso quando non so piu' che fare, specie quando ho il mal di testa e mi sento confusa. Anche per farlo dormire e' un problema : Mi ha chiesto di accompagnarlo a letto. Di solito io lo metto nella culla, lui resta sveglio per conto suo, oppure chiacchera con mia madre che dorme nella stessa stanza. Quel giorno mi ha detto " dai mamma, rimani un po' " Io ero tranquilla e sono rimasta: D) mi racconti la storiella del cerbiatto ? IO) ho cercato di ricordarmi la videocassetta. D) no, mamma non fa cosi', non era cosi'. ( e si arrabbia ) IO) continuavo D) no, no, non era cosi' ! R) va bene. dopo 30 minuti che raccontavo avevo da fare e cercavo di far finire la storia. Diego invece trovava scuse per farla continuare. Poi notavo che piu' si parlava e piu' lui si animava. Invece il patto era che se gli raccontavo la storia lui dormiva prima. Dopo 1 ora: IO) diego dormi o non dormi ! D) si, dopo aspetta facciamo questo e quest'altro ! IO) nervosa " be Diego, dormi o non dormi ? sono stanca e ho da fare. La storiella te l'ho raccontata adesso basta ! adesso mi arrabbio diego, basta sono stanca ! D) continua a fare richieste e si sveglia ancora di piu' IO) lo mollo di brutto. " sono arrabbiata mene vado ! Sei contento che arrivi sempre a queste conclusioni ? " D) si, sono contento IO) sono andata via molto nervosa, avevo l'ansia ero agitata e irrequieta. " devo staccarmi da li e basta ! Non ci devo piu' stare." ho pensieri del tipo " devo fare questo ! devo fare quello ! che palle ecc. ecc. ! " Ripensando a quanto era accaduto ho ricordato tanti episodi di quando lui era piccolo, a quanto spesso mi venivano questi pensieri e questo nervoso. Mi veniva subito. Urlavo e mi scocciavo subito. Dopo 5 minuti sono tornata a controllare e lui dormiva tranquillo. Io pensavo di trovarlo sveglio e arrabbiato contro di me come tante altre volte quando mi diceva " Uffa vattene ! "

Si verifica qualche cambiamento:

In camera da letto prima di dormire D) mamma rimani un pochino ? IO) si, si, lo accarezzo e gli tengo la mano. D) si e' addormentato tranquillo mentre io gli tenevo la mano, in poco tempo. E' la prima volta che e' successo. Sono stata contenta e dopo ho fatto le cose piu' tranquilla. Quando invece litighiamo vado a letto bestemmiando. Ho notato che quando lo prendo di petto e' peggio. Invece se cerco di parlarci lui dialoga con me e forse ho notato qualche piccolo miglioramento. Il mio istinto e' pero' quello di picchiarlo malamente. Il nostro rapporto e' migliorato. Io non sono piu' schematica come prima. Adesso abbiamo accettato che qualche volta lui venga a dormire da noi. Prima non lo avevamo mai permesso. Diego sta attravversando questa fase di mammismo, vuole solo me. Gli scatti d'ira li ho ancora ma molto meno. Adesso gli rispondo con piu' calma e lui e' meno esigente. D) mamma stai con me a guardare la tv ? IO) si D) ma non devi lavare i piatti ? IO) no D) non devi stendere la roba ? IO) no, sto con te a guardare la tv. Sono rimasta un po' di tempo a guardare la tv con lui e lui e' rimasto tranquillo anche quando poi ho ripreso a fare le mie cose. La notte sono piu' disponibile a fermarmi con lui a leggergli una storia. Mi piace vedere che lui e' tranquillo e si addormenta rilassato, invece che con le minacce. Prima non vedevo l'ora di finire. Adesso la vedo in un'altra ottica, e penso che non sia una perdita di tempo. Mi accorgo che mi piace stare con lui e mi da piacere, lui si gira e si addormenta. Prima quando lui voleva stare con me, io lo sbattevo a letto ad una certa ora, adesso gli permetto di stare con me. Diego crea tensione con tutti. Si comporta allo stesso modo anche con la zia e con la nonna. Se non gli si da quel che vuole lui si arrabbia.

CONSIDERAZIONI CLINICHE

Ho descritto i due casi per fornire un quadro di quelle che sono le problematiche che si manifestano abitualmente nelle diadi che abbiano strutturato un attaccamento di tipo evitante. Certamente lo stato di attaccamento di tipo " disorganizzato/disorientato " comporta maggiori problematiche ed e' piu' difficile da risolvere. La signora Rosa dopo circa 50 sedute, ha notevolmente attenuato i suoi tratti comportamentali di tipo " dismissing ". Questo cambiamento della madre si e' accompagnato ad un cambiamento nel comportamento del figlio. Tuttavia i tratti comportamentali di tipo " disorganizzato " sono rimasti piuttosto evidenti. Nel controllo effettuato con il suo bambino all' eta' di 6 anni, tramite la valutazione del comportamento di attaccamento, si e' evidenziata una incapacita' di Diego nel manifestare l'abituale comportamento di evitamento nel momento del ricongiungimento con la madre. Questo comportamento ambivalente, apparentemente disorganizzato, rispetto alla maggiore decisione con cui " evitava " la madre all'eta' di un anno e' a mio avviso compatibile con il concetto di " riorganizzazione " descritto dalla Crittenden (10). Questo cambiamento nel comportamento di attaccamento va nella direzione inversa rispetto ai " classici " comportamenti di tipo " disorientato/disorganizzato " descritti da Main e Solomon (9). Effettivamente si e' evidenziato un momento di apparente disorganizzazione del comportamento di evitamento che cercava di riorganizzarsi in un attaccamento di tipo " sicuro ". Anche il comportamento di tipo disorganizzato/disorientato si è attenuato.Si sono individuati dei comportamenti di tipo punitivo caratteristici del pattern "D" all'età di 6 anni soltanto nell'interazione osservata nei momenti finali del test, nel momento in cui la madre gli ha chiesto di smettere di giocare per andare via.
Dall'ultimo colloquio effettuato con la madre all'età di 10 anni del bambino si è rilevato un ulteriore miglioramento della relazione madre-bambino. Così ha riferito la madre:" Un periodo Diego è stato indomabile, era molto aggressivo. Quando lo punivo lui cercava di vendicarsi, se lo picchiavo mi rendeva i colpi. Adesso che sono diventata molto più affettuosa anche lui è cambiato molto. Mi sento molto cambiata, mi sento mamma prima non mi sentivo così, forse non lo volevo o lo rifiutavo. Non so cosa sia successo. Adesso Diego mi ascolta molto di più, stà ad ascoltare i miei consigli anche se sbuffa quando gli faccio le prediche. Prima litigavamo molto di più , adesso sono meno autoritaria gli spiego i motivi per cui lo punisco e certe volte dopo un pò che fa il muso si avvicina e mi chide scusa. Ancora adesso chiede molte attenzioni quando va a dormire vuole che gli canti la ninna nanna e si addormenta tenendomi la mano. Ancora adesso chiede di venire nel letto con noi e quando lo accettiamo è contento abbiamo concordato che il sabato può dormire con noi.

CONCLUSIONI

Finora in virtu' degli assunti della psicoanalisi è stato considerato normale manifestare un attaccamento di tipo evitante, o resistente o disorganizzato. Non per caso John Bowlby e Mary Ainsworth li hanno definiti " di tipo ansioso " e per questo sono stati cosi' combattutti dagli psicoanalisti. Questi modelli comportamentali di tipo ansioso, in quanto tali, possono essere predisponenti per vari disturbi della personalita'. Una chiara patologia e' stata per il momento segnalata soltanto come complicanza del comportamento di attaccamento di tipo " disorganizzato/disorientato "(1,2,3,4,34,35,40,75,82), ma anche in questi casi prudentemente si parla di una predisposizione, di un fattore di rischio, di una maggiore fragilita' rispetto a numerose altre concause che nello sviluppo individuale possono favorire l'insorgere di una patologia. Nonostante siano stati segnalati dei casi di schizofrenia in adolescenti che all'eta' di un anno furono classificati " sicuri " alla " strange situation "(113), l'ipotesi che il pattern di attaccamento di tipo sicuro costituisca di per se un fattore di protezione, mentre i modelli di tipo ansioso costituiscano per lo meno un fattore di rischio, si sta sempre piu' confermando. Ritengo che la conoscenza di questi percorsi di sviluppo differenti a partire dalla personalita' dei genitori, correlata anch'essa alle precoci interazioni di vita di questi ultimi all'interno delle proprie famiglie di origine, possa contribuire a favorire una cultura differente rispetto a quella prevalente, definita di tipo " dismissing ". Questa cultura di tipo " dismissing " e' paragonabile forse a quella che Alice Miller ha definito un po' piu' drasticamente " pedagogia nera " (114). Questo atteggiamento e' ampiamente diffuso in tutte le classi sociali. Ad esempio tra i medici e negli stessi pediatri e' opinione diffusa che sia meglio non coccolare troppo i bambini che piangono, per il rischio di viziarli. Questo atteggiamento ha radici lontane. La stessa psicoanalisi descrive un bambino nelle sue primissime fasi della vita alle prese con pulsioni negative, di morte, insite nel comportamento di tutti noi. Questa ipotesi e' stata ulteriormente sviluppata nella teorizzazione della Klein che descrive come tappe del normale sviluppo una fase depressiva e una schizoparanoide. Questa cultura ha sempre dato poca importanza alle lamentele dei bambini piccoli, considerate frutto di fantasie inconsce originate da pulsioni negative innate ha contribuito a dare scarsa considerazione al ruolo delle reali esperienze per comprendere e risolvere certe situazioni problematiche nell'infanzia. Ne e' emersa l'immagine di un bambino tiranno che e' meglio lasciar piangere per aiutarlo ad autoregolarsi rispetto ai suoi istinti di morte. John Bowlby sostiene che i bambini nascono con una forte propensione a sviluppare delle relazioni sociali gratificanti per loro e per chi li accudisce. Quando si risponde ai loro segnali in maniera adeguata la relazione fiorisce con grande gioia per tutti.

Note

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